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Draghi: quantitative easing ridotto, ma non finito. S&P alza rating italiano

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draghiUna serie di notizie importanti ed interessanti riguardano l’economia europea e quella italiana, più da vicino. Se Standard and Poor’s ha alzato il nostro rating da BBB- a BBB, contemporaneamente Mario Draghi ha ribadito a Washington, e poi da Francoforte, che il quantitative easing (acquisto di titoli ordinari da parte della Bce) continuerà fino almeno al 2018.

Sembrano informazioni lontane dalla nostra quotidianità e dalle nostre mura domestiche, ma queste notizie potrebbero significare molto per la nostra economia: infatti partiamo proprio dall’innalzamento del rating (“apprezzamento”, potremmo tradurre a senso) da parte di una delle “tre sorelle” americane.
Perché è una buona notizia? Il rating è uno dei primi parametri presi in considerazione nella creazioni di un portafoglio di investimenti, soprattutto in un periodo post-crisi come quello che stiamo attraversando. Sembra lampante che un titolo con un alto rating sia meno rischioso, quindi debba offrire minori garanzie (tasso inferiore) rispetto ad uno con una rischiosità maggiore. Ecco perché tutto questo affanno per riportare il rating italiano a risalire, in quanto questo si tradurrà in un indebitamento a costo minore e possibilità di migliorare la situazione debitoria italiana.

Fatta questa premessa di carattere generale, il rating viene ritoccato al rialzo per la prima volta dal 2002 e, da parte di Standard and Poor’s per la prima volta dal 1988.
Considerando che al di sotto della BBB- che prima ci contraddistingueva c’era la C, ossia titolo spazzatura, il passaggio a BBB significa che le previsioni sulla nostra economia sono migliorate da “negative” a “stabili”.

Una traduzione di un miglioramento, che ad inizio ottobre 2017 era dato come quasi impossibile dal settore reddito fisso di Unicredit e da un autorevole quotidiano come “Il Sole 24 ore”, ma S&P ha colto tutti di sorpresa e l’analisi proprio di Unicredit prova a tradurre un miglioramento del tasso di rating in diminuzione di rischiosità.
L’istituto di credito, partendo dall’esempio del Portogallo, ha esposto uno studio che prova a tradurre il miglioramento del rating con la situazione debitoria.

Volendo essere sintetici e chiari, in Portogallo, il miglioramento da C a BBB- ha portato ad un abbassamento dello spread di 30 punti base il che significa che i portoghesi hanno visto abbassare il costo del loro indebitamento futuro di quasi il 3% rispetto ai titoli tedeschi. Ovviamente, più il progresso è evidente, come da titolo spazzatura a titolo con previsoni negative, maggiori sono i miglioramenti poiché si passa da un’alta volatilità ad un apprezzamento del mercato (abbassamento rischiosità).
Sembra credibile che anche un miglioramento del rating italiano possa tradursi negli stessi risultati, ma S&P precisa può pesare su economia Italia l’incertezza politica legata all’esito delle prossime elezioni generali potrebbe pesare sulla perfomance economica dell’Italia e sulle condizioni del settore finanziario”.

Occorre, infine, precisare perché in tutti questi anni post-crisi abbiamo sentito parlare tantissimo di queste agenzie ed oggi queste notizie sembrano passare in secondo piano. I fondi che creano portafogli di investimento, in periodi di crisi soprattutto, devono garantire portafogli anche meno redditizi, ma con minor rischio possibile perché i mercati cercano la stabilità, che la situazione italiana non poteva garantire. Il clima è peggiorato con l’abbassamento del rating ed oggi sembra che tutto si stia normalizzando, ma l’instabilità politica e la certezza quasi matematica di elezioni senza vincitori non sono la migliore premessa al mantenimento di questa promozione.

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Strettamente legata alla situazione debitoria è la stabilità politica dell’Italia, ma anche quella economica è da non sottovalutare. Possiamo affermare con certezza che un’economia sana inflazione più o meno stabile, generata in buona parte dall’aumento dei salari, secondo i modelli economici che si sono affermati dal Dopoguerra ad oggi. Questo nell’Eurozona non è accaduto negli anni dopo la crisi, anzi ci sono stati molteplici periodi di inflazione con lo 0 davanti. Questo fenomeno si sarebbe potuto tradurre con un abbassamento progressivo dell’inflazione fino al territorio negativo (deflazione), che significa prezzi di domani più bassi di quelli di oggi.
A tutti verrebbe da dire che questa sarebbe una manna dal cielo perché aumenterebbe il nostro potere d’acquisto, invece no. Perché un fenomeno del genere significherebbe ricavi minori per le imprese e stipendi più bassi, quindi minore potere d’acquisto.

Inoltre, la deflazione sposterebbe molti investimenti in titoli sulla moneta perché i titoli di Stato, che danno basso rendimento, cadrebbero in un tasso nominale negativo (“oggi paghi 100, domani ti restituisco 97“), quindi il tasso d’interesse nominale dovrebbe salire per portare i titoli almeno in territorio a rendimento reale 0, ma questo significherebbe vendita in massa di titoli in molti casi ed innalzamento del tasso d’interesse.

Se il tasso d’interesse si alza, i prestiti costeranno di più, quindi né i beni di investimento imprenditoriali nè quelli familiari resteranno a livello attuale, ma si abbasseranno e, con essi, domanda e pil. Ecco cos’è la tanto decantata – e mai spiegata, ndr – deflazione da cui Draghi ci ha salvati.

Il quantitative easing cos’è? Ricordate quando tutti dicevano “Bisogna stampare moneta”? Vi annunciamo che il banchiere centrale europeo lo sta facendo dal 2015. Il problema è che non lo sta facendo in maniera diretta e non esiste una trasmisisone radio visiva che lo spieghi. Il quantitative easing è l’acquisto in massa di titoli di Stato o titoli ordinari di banche private da parte della banca centrale, l’unica banca in grado di creare moneta. Infatti questi titoli sono pagati con moneta che prima non era nel sistema.

Questo fenomeno di espansione monetaria, fortemente voluto da Draghi, assieme ad un basso tasso d’interesse, dovrebbe produrre inflazione ed occupazione.

draghiStudi empirici dimostrano che l’aumento dell’inflazione da aumento del salario è quella più stabile, quindi introiettare nell’economia occupazione significa creare inflazione stabile ed a lungo termine (evito la deflazione ed abbasso la disoccupazione).

Detto questo, capiamo perché sia fondamentale che l’inflazione sia stabile e quanto sia importante il quantitative easing. In questi mesi si era vociferata la sua fine poiché Mario Draghi non ha più la forza necessaria a proseguire causa fine mandato nel 2019. Il fatto è che, come il banchiere centrale aveva spiegato in un convegno a Washington ed ha ribadito nella conferenza a Francoforte “Si tratta di una momentanea riduzione”.

La BCE ha anche deciso, come ha spiegato Draghi “non all’unanimità” di reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza acquistati durante il Quantitative Easingper un prolungato periodo di tempo” anche dopo la fine degli interventi, e in ogni caso “per tutto il tempo necessario”. Tradotto: i titoli acquistati, rimborsati entro il 2019, saranno convertiti in ulteriore espansione monetaria con restrizione del bilancio della banca centrale solo dal 2021.

Un’analisi allineata con uno studio presentato alla stessa conferenza dall’ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, sostiene che i temuti effetti collaterali causa misure non convenzionali di politica monetaria, ossia i tassi negativi reali che si temeva avessero problemi per la redditività delle banche, non si sono verificati.
“Questo studio andrebbe tradotto nelle lingue dei 19 Paesi membri dell’area euro” , ha ironizzato Draghi, spesso oggetto di critiche, soprattutto tedesche, per le misure adottate.
La presidente attuale del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ha, invece, ribadito che la linea dell’Fmi è di rimanere accomodante (continuare l’espansione monetaria).

Certo è che, in un periodo in cui i tassi sono quasi a 0 ed i reali negativi e nemmeno l’espansione monetaria sembra avere effetti prorompenti su ivnestimenti ed occupazione, l’unica cosa che sembrerebbe avere senso  un aumento della spesa pubblica ponderato. Il che significa iniziare una seria politica di tagli agli sprechi, reindirizzare quelle risorse verso investimetni doverosi (strade, buche che attanagliano tutta l’Italia e ferrovie regionali, ad esempio) e puntare ad un aumento dei consumi grazie ai redditi generati questa spesa. Ciò porterebbe anche ad un miglioramento del debito pubblico ed esistono numerose formule e modelli matematici che dimostrano come il debito non si combatta con l’avanzo (entrate magiori delle uscite), ma con un deficit equilibrato che porti ad un miglioramento della situazione debitoria nel medio-lungo termine, ma spiegarlo a sordi che credono nella divina austerità sembra davvero complesso. Ecco perché l’aumento di spesa pubblica non è onderato nei discorsi che sentiamo né dai leader europei.

Ferdinando Paciolla

 

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