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Il “La La Landismo” e l’anti-Trump: gli Oscar 2017

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Ormai sei giorni ci separano dalla cerimonia più bizzarra, rocambolesca e politica da quando sono nati gli Academy Awards, giunti alla loro 89esima edizione. I sentori di una “cerimonia anti-Trump” erano nell’aria da mesi. Il discorso di Meryl Streep, schieratasi contro la chiusura di ogni frontiera e contro ogni discriminazione, seguite poi dalla critica (in realtà offesa) del presidente U.S.A. (“È sopravvalutata”) avevano ufficialmente dato inizio alle ostilità tra The Donald e Hollywood (schieratasi contro di lui già in campagna elettorale; eccezion fatta per il grande Clint Eastwood). Il famigerato Muslim Ban, poi dichiarato anticostituzionale, aveva poi fatto esplodere la polemica. Si sapeva già che in caso di vittoria del film “Il cliente”, candidato come miglior film straniero, non ci sarebbe potuta essere la consegna del premio nelle mani del regista Ashgar Farhadi, a causa delle restrizioni trumpiane per l’ingresso negli Stati Uniti.

Ovviamente a vincere è stato proprio “Il cliente”, tra gli applausi scroscianti di tutti i presenti e di tutti coloro che volevano dare un messaggio forte al presidente. Per tutta la serata inoltre si è assistito ad un continuo punzecchiare Trump (che aveva fatto sapere di non voler vedere la cerimonia), il cui culmine si è avuto, paradossalmente all’inizio della serata, quando tutti i presenti nel teatro dell’Academy si sono alzati in piedi per tributare una standing ovation alla “sopravvalutata” Meryl Streep. E’ stato il messaggio chiaro che la cultura americana non si sente rappresentata da Trump, la foto chiarissima di un paese spaccato a metà e la cui intelligentia rema nella direzione opposta a quella del capo della nazione.

Donald Trump e la cultura quindi, due mondi opposti ed inconciliabili. E se non bastassero le parole si passa poi ai fatti, le statuette in questo caso. Mahershala Alì vince l’Oscar come miglior attore non protagonista per il film “Moonlight”. Alì è un uomo di colore, musulmano, che viene dal basso e recita in un film che parla della vita in un ghetto nero e dell’omosessualità: tutto ciò che non è Trump è Mahershala Alì. Nera è anche Viola Davis, che vince come miglior attrice non protagonista per “Barriere” (altro “film afroamericano”). Tocca poi al nostro Giorgio Gregorini, premiato per il trucco di “Suicide Squad” che, giusto per gettare benzina sul fuoco, fa un discorso molto pungente sulla chiusura dei confini che oggi sembra andare tanto di moda. Casey Affleck vince come miglior miglior attore per “Manchester by the sea”, Emma Stone migliore attrice per “La La Land” e Damien Chezelle come regista per lo stesso film.

Ma veniamo alla statuetta più ambita, quella di miglior film. Certamente i lettori, dopo sei giorni dalla premiazione, saranno già a conoscenza del famigerato episodio dello scambio della busta. Meritava La La Land? Era già tutto organizzato per canalizzare l’attenzione sui premi? Non lo sappiamo e, probabilmente, non è poi così importante. È importante invece fare una riflessione sui film. Partiamo da “La La Land”, il grande musical candidato a ben 14 Oscar.

Il film di Chezelle sembrava non dover avere alcun rivale, dati i “piccoli” film in gara. Ryan Gosling & Co. sono stati protagonisti di un film che guarda con nostalgia ad una certa Hollywood anni ’50, il suo periodo più sfavillante, e che colpisce diritto al cuore ogni appassionato di cinema. C’è tutto: bravi attori, nostalgia, storia d’amore impossibile, scenografie perfette, belle canzoni struggenti che segneranno una intera generazione. C’erano tutti gli elementi per stravincere agli Academy. E invece La La Land ha funzionato a metà. E quando un film che è candidato, ripetiamo, a ben 14 Oscar funziona a metà significa che non ha funzionato. La La Land è meraviglioso, rimarrà nel cuore delle persone e tra 30 anni lo guarderemo ancora, ma questo film verrà giustamente valutato per quel che è quando svanirà questo stucchevole alone di “La La Landismo”. Il male di La La Land sono stati proprio i “La La Landiani”, ebbri di questo film fino quasi a renderlo il prodotto di un’isteria collettiva. La colpa è tanto per cambiare degli addetti ai lavori: il film è stato iper-pubblicizzato, presentato fin da subito come una pietra miliare della cinematografia (titolo di cui ci si può fregiare dopo tanti anni dall’uscita e mai quando il film stesso non è ancora uscito nelle sale). Poi le 14 candidature: ogni cinefilo sa benissimo che nessun film vale 14 Oscar. Autentiche pietre miliari (queste sì) come Apocalypse Now, Indovina chi viene a cena, Il Padrino, Toro Scatenato, Schindler’s List, etc. hanno raccolto neanche la metà di quello che ha raccolto La La Land, nè tantomeno hanno ricevuto ben 14 candidature (con tutto il rispetto per La La Land). Molti hanno visto questo “divinizzare” il film come una sorta di operazione nostalgia hollywoodiana, un legittimare una grandezza passata che, si spera, possa ritornare.

Lo stesso entusiasmo che ha creato il mito La La Land ha portato quindi al parziale fallimento del film di Chezelle (che ha comunque portato a casa la bellezza di 6 Oscar) e alla successiva consacrazione di una pellicola con pretese sicuramente minori rispetto al musical con Ryan Gosling: parliamo del bel “Moonlight”, di Barry Jenkins. Cominciamo subito a dire che questo film rischiava di non esserci neanche: si pensava ad un possibile boicottaggio per il riaffiorare di una vecchia e brutta storia che ha avuto come protagonista Jenkins, negli anni ’90. Il regista fu infatti condannato per una violenza sessuale ai tempi del college, ma la storia sembrava essere caduta nel dimenticatoio. Fortunatamente il film è riuscito ad ottenere le meritate candidature. Mahershala Alì, che compare per un terzo del film, giganteggia nel buon cast a disposizione di Jenkins. La scena in cui confessa al piccolo Chiron di essere lo spacciatore di sua madre è una delle più intense della cinematografia degli ultimi anni. Moonlight, come in molti hanno detto, sa di già visto (personalmente mi ricorda una versione più “delicata” di “Boyz ‘n the Hood”) con tutti i vari topoi quali il ghetto, l’indifferenza dei genitori (in questo caso la madre, una stupenda Naomie Harris), la droga, un’omosessualità non accettata, un criminale che fa da padre, etc. Tuttavia il film non annoia, anzi. La bella regia e la fotografia molto particolare, sorrette da una sceneggiatura (premio Oscar) scritta benissimo, rendono questo film un piccolo gioiellino.oscar

Credo che ognuno di noi si sia fatto la propria idea sull’Academy: è politico, è finto, è giusto, non lo è, etc. Ma a prescindere da essa non si può negare che questo premio rimane il più ambito e il più seguito del panorama mondiale. Una semplice statuetta può accendere i riflettori su problemi piccoli e grandi, e tutto sommato a molti fa piacere che a vincerla sia stata un film che affronta tematiche importanti, piuttosto che una pellicola, probabilmente migliore, che però toccava più il lato emozionale che quello sociale. Senza l’effetto Trump La La Land avrebbe vinto? Chi lo sa… Se la risposta dovesse essere “sì” allora c’è da stare preoccupati per The Donald: si è appena fatto nemico i La La Landiani, una setta molto più agguerrita ed estremista del presidente stesso.

Domenico Vitale

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