Home Musica Musica anni 2000 Ologramma di R. J. Dio: c’è un limite al business?

Ologramma di R. J. Dio: c’è un limite al business?

1612
ologramma di R. J. DIo
Ecco l'ologramma di R. J. Dio

Molte persone sostengono che, una volta che si è toccato il fondo, non si possa scendere ad un livello più basso di quello, ma si può solo risalire; altri, invece, sostengono che, una volta toccato il fondo, si possa anche prendere una vanga ed iniziare a scavare, scoprendo, così, che al peggio non c’è un limite. Tutto questo si ripercuote puntualmente sul music business: quante volte ci siamo trovati ad osservare trovate di marketing che rasentavano lo sciacallaggio? Quante volte ci siamo trovati con pubblicità quasi aggressive di merchandise commemorativo, o di greatest hits, che avrebbero dovuto “rendere omaggio” ad un artista scomparso poco tempo prima della loro messa in vendita? Ebbene, se a tutte queste iniziative eravamo preparati, quello che è successo a Wacken ha raggiunto una nuova “vetta”: durante il concerto dei Dio Disciples, una cover band formata da ex membri dei Dio, è stato proiettato un ologramma di R. J. Dio, in modo da “riunirlo” alla sua vecchia band per l’ “esecuzione” di alcuni pezzi.

Sarebbe banale scrivere un articolo in cui esprimere il proprio dissenso e il proprio disgusto, ma vogliamo spingerci oltre: vogliamo arrivare a dire come questo evento possa rappresentare l’inizio di una nuova deriva del marketing musicale, che potrebbe aver trovato un nuovo, becero modo per sfruttare l’immagine di artisti non più in vita.

Ologramma di R. J. Dio a Wacken: è la fine della musica?

ologramma di R. J. DIo
Ecco l’ologramma di R. J. Dio

Spieghiamoci meglio, quello che è accaduto a Wacken non è esattamente una novità: si è già verificato altre volte di vedere ologrammi di artisti famosi “apparire magicamente” su un palco per duettare con l’improbabile popstar del momento, o per regalare emozioni post mortem ai proprio fan. È capitato di poter osservare Snoop Dogg esibirsi con il defunto 2Pac Shakur al Coachella Valley Music and Arts Festival di qualche anno fa, così come è stato possibile assistere alla resurrezione, sempre tramite ologramma, di Michael Jackson, solo per poter duettare con Justin Bieber. Gli esempi potrebbero continuare: chi si ricorda, ad esempio, dell’ologramma di Freddie Mercury, “esibitosi”, in occasione del decimo anniversario del musical We Will Rock You, insieme ai Queen, questa volta in carne ed ossa?  O del presunto tour di Whitney Houston, rigorosamente in “versione ologramma”, previsto per il 2016?

Molti di voi si potrebbero chiedere il perché di tanto sgomento su una pratica diventata business oramai già da tempo: perché scandalizzarsi per l’ologramma di R.J. Dio quando ci sarebbero casi precedenti? La risposta è presto data: perché mentre in precedenza si trattava di casi isolati, di esperimenti, ora si parla addirittura di interi tour, in cui il frontman non sarebbe altro che un’immagine proiettata su uno schermo. Così come accaduto con Whitney Houston, si vocifera che anche il compianto Dio potrebbe “andare in tour”, non limitandosi a qualche “apparizione mistica” di qualche minuto, ma per interi concerti. Proprio questa è la ragione che ci spinge a porci, e a porvi, questa domanda:

Ha ancora senso parlare di musica “dal vivo”?

“L’opportunità di contribuire a condividere ancora i suoi doni spettacolari con il mondo è esattamente quello che speravo quando ho costruito il business dell’ologramma.”

Queste sono le parole di Alki David, CEO di Hologram USA, l’azienda alla base della nascita di questa nuova strada del music business sicuramente innovativa, ma sulla quale sorge più di un dubbio. Per esprimerlo occorrono le parole di un musicista direttamente toccato dalla vicenda, ovvero Roger Taylor dei Queen, che, alla proposta di suonare insieme all’ologramma di Freddie Mercury, ha risposto con queste parole: “Non credo proprio di voler fare una cosa del genere. Non mi sentirei a mio agio. Non voglio apparire con un ologramma di un mio caro amico. Se non posso avere la persona vera, non voglio nessun ologramma”.

Immaginate un artista affermato, uno di quelli che ha un cachet di tutto rispetto e che, con il passare del tempo, ha avuto modo di collaborare con rockstar e popstar di un certo calibro, costruendosi, così, un nome ed una fama di tutto rispetto. Benissimo, immaginate come potrebbe mai reagire quel tale artista se gli proponessero un ingaggio per suonare con un ologramma, e, nel caso in cui dovesse accettare, quale disagio proverebbe a dover scambiare, per mere esigenze sceniche, cenni di intesa, sorrisi, con un ologramma. Ma soprattutto, che senso avrebbe pagare un biglietto, magari anche ad un prezzo elevato, per un concerto in cui l’artista principale è una proiezione su uno schermo? Che emozioni potrebbe mai regalare un’esperienza del genere, se non quella di essere stato truffato?

L’ologramma di R. J. Dio e la salute del music business

Questi ologrammi rappresentano non solo l’ultima trovata del music business, ma, sotto un certo aspetto, ne rappresentano anche lo stato di salute. Sappiamo bene quanto la morte di un musicista possa essere redditizia, ancor più del suo disco migliore: non è un caso che, alla morte di Michael Jackson, seguirono show commemorativi, raccolte, greatest hits, materiale inedito, tutto per cercare di guadagnare quel dannato dollaro in più. Così come molti fan non riescono a capacitarsi della scomparsa della loro rockstar preferita, anche le case discografiche non sanno rassegnarsi alla perdita dei loro artisti di riferimento, proprio perché l’impennata delle vendite dei loro cd, per quanto importante possa essere, tenderà a sgonfiarsi col passare del tempo; con gli ologrammi, invece, si potranno programmare tour mondiali, duetti, apparizioni in spot pubblicitari, in modo da raggiungere lo scopo recondito di ogni manager: trasformare il nome dell’artista in un marchio, regolarmente registrato, e spolparlo fino all’osso.

ologramma di R. J. DIo
ologramma di R. J. DIo

Bisogna pur compensare in qualche modo il drastico calo di vendite dei cd, l’era dello streaming e degli mp3 garantisce profitti sempre minori, gli stessi artisti, per loro stessa ammissione, guadagnano molto di più dai concerti che dalla vendita della loro musica, ed ecco allora che le major trovano un modo per lucrare nell’unico campo in cui ci sono ancora margini di guadagno: proiettare un’immagine di un grande big del passato, in modo da esaltare le masse. Un domani, quando tutti le grandi band e le star del panorama mondiale saranno passate a miglior vita, potremmo assistere ad un loro concerto, sottoforma di ologramma, si intende; chissà, forse un domani qualcuno potrà dire di aver assistito ad un concerto dei Beatles e a nessuno importerà sapere che si trattava solo dei loro ologrammi, perché fondamentalmente il fan della musica è un sentimentale, e in quanto tale facilmente raggirabile.

Il mondo della musica live potrebbe cambiare per sempre, forse un domani i sipari con i quali si celano le scenografie dello stage diventaranno un enorme schermo sul quale proiettare il concerto, o forse i palchi potrebbero somigliare sempre più al ponte di comando dell’Enterprise di Star Trek, sul quale appariranno, in ordine sparso, l’ologramma di R. J. Dio, quello di Prince, di Barry White, Hendrix, Mino Reitano, Luciano Pavarotti, e chi più ne ha più ne metta, ma con una piccola differenza: che in Star Trek, gli ologrammi appartenevano a persone ancora in vita.

Claudio Albero

Commenti

Commenti

CONDIVIDI