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L’evoluzione non spontanea della lingua

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Senza parole non esiste la libertà. Questo messaggio è uno dei tanti al centro di 1984, il romanzo più celebre di George Orwell che, scritto nel 1948, amplifica l’orrore delle dittature descrivendo un immaginario (ma non troppo) mondo del futuro, censurato, controllato e centralizzato, in cui la storia viene modificata continuamente e le parole più pericolose sono state distrutte, sostituite dalla neolingua, una lingua artificiale nata per eliminare la possibilità oggettiva di esprimere un’opinione che si discosti da quella di regime.

Orwell, neolingua e dittatura: scopi del controllo

Quando Orwell immaginò questo scenario devastante aveva vissuto e combattuto tre guerre, e ancora più volte aveva visto ascendere al potere forze totalitarie. La sua immaginaria (ma non troppo) neolingua, quindi, non è un’invenzione totale, ma ha delle amare ispirazioni storiche.

Sotto dittatura, educare i giovani è una priorità assoluta. Controllare la libertà espressiva degli individui vuol dire controllare le masse, anche attraverso la diffusione di una lingua uguale per tutti. Eliminare le complicazioni, le eccezioni, gli esotismi, semplificare costantemente la lingua, aiutano a sforzare meno il cervello per comunicare, e quindi a pensare di meno.

Il 23 dicembre del 1940, il regime fascista promulgò la legge 2042, che vietava l’uso di parole straniere nella lingua italiana. Lo scopo era “combattere l’incosciente servilismo che si compiace di parole straniere anche quando sono facilmente e perfettamente sostituibili con chiari vocaboli italiani già in uso”. Ovviamente questa ideologia era propedeutica alla politica nazionalista del ventennio, serviva ad accrescere il patriottismo e l’odio verso lo straniero, ed era presentata in modo palesemente falso. È possibile consultare a una più profonda analisi di Alberto Raffaelli per la Treccani sull’argomento, che sviscera attentamente i vari aspetti della lingua e della censura fascista, mentre noi ci focalizziamo sul divieto dei prestiti stranieri.

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Il codice linguistico fascista, composto da slogan diretti, imperativi, impossibili da interpretare al di fuori dal comando che il regime aveva l’intenzione di trasmettere.

L’evoluzione distorta e artificiale

Non si trattò solo di incentivare la diffusione di vocaboli già in uso contro i vocaboli stranieri, ma si arrivò presto a inventare vocaboli nuovi, o ripescarne di obsoleti, pur di impedire la diffusione di termini inglesi, francesi e di altre origini.

Tali interventi artificiali nella lingua sono da considerarsi estremamente violenti.

La lingua è un codice che si evolve nel tempo, in maniera completamente spontanea. Gli stessi linguisti, che detengono le redini del “giusto” e dello “sbagliato”, non possono che prendere atto dei suoi cambiamenti e indirizzare verso la giusta strada, ma mai intervenire per modificarla o impedirne la diffusione, neanche quando essa si rivela in parte errata, eccessivamente colloquiale o di basso registro. Riscontri molto attuali possiamo trovarli sfogliando Lo Zingarelli 2015 e notando fra le new-entry delle ultime edizioni termini come selfie, svapare, phablet e altri discutibili parole correntemente in uso fra la gente che si ha il dovere di registrare.

Alcuni dei paradossi scatenati da questo fenomeno hanno ancora riscontri nel nostro parlato. Parole inventate o tradotte negli anni ’40 sono riuscite a diventare frequenti, si sono integrate nella lingua nel giro di una o due generazioni, anche senza avere quella meravigliosa storia che ogni parola si porta dietro, e che si nasconde nella sua etimologia e nei secoli in cui si è diffusa.

Le prime parole a essere oggetto di metamorfosi forzata furono i termini utilizzati nelle intestazioni delle ditte e nella pubblicità. Poi “menu” divenne “lista”, “swing” divenne “slancio”, “film” divenne “pellicola”, e per alcune parole la soluzione fu assai goffa, come la “chiave inglese” che si ritrovò a essere “chiavemorsa”, e il “cachet” che divenne “cialdino” (!).

I contesti più toccati dall’intervento autoritario furono due: il cibo e lo sport. “Croissant” divenne “cornetto”, “krapfen” divenne “bomba” (due brillanti dimostrazioni di quanto queste modifiche abbiano influito sul parlare quotidiano attuale), “brioche” divenne “brioscia” o “brioscina”, il “dessert” fu perifrasato in “fin di pasto”. Gabriele D’Annunzio inventò “tramezzino”, per sostituire “sandwitch”, e “arzante”, per soppiantare “cognac” e “brandy”.

I giocatori di “football”, sport nato in Inghilterra e diffusosi in Italia tramite gli inglesi, diventarono giocatori di “palla calciata”, e poi di “calcio”; smisero di chiamare “hands” all’arbitro in occasione di ciò che fu poi detto “fallo di mano” e si ritrovarono “in fuorigioco” piuttosto che in “offside”. Anche l’agile “dribbling” diventò un cacofonico “scavalco”. Sebbene adesso i termini inglesi siano usati in alternanza con quelli italiani, rimane evidente l’impronta della “italianizzazione” nel gergo calcistico, che prima degli anni ’20 era composto totalmente da parole inglesi, e fu per gran parte reinventato da zero.

Il potere della lingua nella propaganda fascista era alto
Il potere della lingua nella propaganda fascista era alto

Il fallimento dell’intervento fascista

La lama della censura esterofoba non mancò di inferire ferite ai suoi stessi attuatori. Con non poca ironia della sorte, i “linguisti fascisti” dovettero scontrarsi con l’origine latina della maggior parte delle parole bandite, come “manager”, che deriva direttamente dall’italiano “maneggiare” e dal latino “manus”. Il fascismo guardava all’epoca latina come un’epoca perfetta, ne osannava la lingua, e all’improvviso si ritrovò ad averne indirettamente bandito alcune parole, e dovette mitigare la legge con il Regio Decreto del 26 marzo 2942, n. 720, che escludeva dalla censura le parole derivate da termini greci e latini.

Alla fine, il tentativo si rivelò goffo e autoritario, anziché forte, credibile e autorevole. L’Italia era già allora (da molto tempo) un paese caratterizzato da un costante plurilinguismo, soprattutto considerando l’incredibile mole esistente di dialetti, e la censura di termini italiani, anche se riuscì a penetrare in parte nel parlato, non riuscì né ad alfabetizzare il popolo (quasi completamente analfabeta) né a debellare la “minaccia” rappresentata dalle parole straniere. Il 26 aprile 1946, il re Umberto annullò la legge con un decreto firmato da De Gasperi, Romita, Togliatti, Scoccimarro, Molè e Gronchi.

Dopo la fine della guerra, al contrario, iniziò a verificarsi il caso opposto: la lingua inglese, divenuta molto influente, diede il via a una diffusione del gusto dell’usare parole straniere anche in luogo di parole correnti e già decisamente usate, che si diffonde tutt’oggi e porta a trovare affascinante dire “form” al posto di “modulo”, o sostituire “mercato” con “market”.

In conclusione, questo eccesso di purismo linguistico può solo fare male. Cercare di utilizzare parole in italiano corrente invece di esotismi può essere di sicuro un atto di rispetto nei confronti della lingua, ma se si dovesse portare tutto ciò all’eccesso e arrivare a tradurre “computer” in “calcolatore” per debellare ogni influenza di lingue straniere si commetterebbe un atto linguisticamente violento.

È importante riflettere sui tentativi di plagio della lingua mediante imposizioni, perché se la lingua è l’unico mezzo mediante il quale possiamo esprimere pensieri articolati, tentare di modificarla con la forza è un modo di limitare la nostra libertà. E, perché no, informarsi su questi bizzarri e brutti precedenti è anche un modo per accrescere curiosamente la propria cultura, affinché nessuno più in futuro osi tradurre “ti ho visto flirtare con una soubrette al bar, avete bevuto un cocktail e ballato lo swing” in… “ti ho visto fiorellare con una brillante alla mescita, avete bevuto un arlecchino e ballato lo slancio”!

Davide Pascarella 

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