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Considerazioni inattuali sulla serialità moderna

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Tra i motivi per cui la serialità, nell’ultimo decennio, ha vinto più volte il ballottaggio col grande schermo ci va di mezzo chiaramente il discorso intorno alla natura stessa di un telefilm. Il concetto di serialità, ricordiamo, fin dall’inizio ha fatto da specchio al dispiegarsi della letteratura, ponendo le basi della cultura moderna otto-novecentesca (dei primi romanzi d’avventura ad esempio). Insomma, l’intuizione delle case editrici e di produzione dei periodici fu proprio l’aver individuato il modo migliore di tenere alta l’attenzione dei lettori – interrompendo i cosiddetti “chapters” nei loro punti di maggior interesse – e, di conseguenza, fare anche un buon incasso. Motivo, questo, per cui il mercato e l’editoria si svilupparono ancor di più, gli intellettuali delle classi più basse si fecero conoscere al grande pubblico, e il tasso di alfabetizzazione andò aumentando. Allo stesso tempo, però, davanti alla necessità di subordinare il proprio estro alle dinamiche interne di una redazione, ci si chiede fino a che punto fosse genuino il lavoro degli scrittori, che, per logiche oramai legate al mondo del lavoro, dovevano addirittura misurare le lunghezze o il numero di parole usate per i vari capitoli.

Ed è quello che, a distanza di un secolo, accade per il mondo della serialità televisiva, che altro non è che l’equivalente multimediale di quella scritta. Il “moderno”, se ai tempi di oggi un termine del genere è ancora passabile, starebbe proprio in questo: nell’offrire al pubblico un prodotto in continuo divenire, che risponda ai suoi interessi e che però, purtroppo, per diretta conseguenza, segua anche quelli del mercato. Se così non fosse, oggi, accendendo la televisione troveremmo qualcosa come due o tre serie che fanno audience, magari perché piacciono, perché qualcuno ci investe migliaia di dollari (così, alla cieca), o perché non ci sarebbe null’altro da guardare.

serialità
The Walking Dead, uno degli esempi più lampanti di come la serialità moderna sia più il frutto di chi la guarda che di chi la crea. Cinque stagioni è dir poco per una serie da cui se ne aspettano almeno altrettante, per tutti i soldi che muove.

La serialità e la soglia d’attenzione

Eppure, nonostante nella sfera dei seriofili si abbia questa consapevolezza, si è sempre alla ricerca di quel prototipo di serie perfetta, che rispecchi appieno dei requisiti minimi oggettivi, ma che inevitabilmente si trasformano in giudizi propri, personali. Interpretazioni. Oltretutto, è di per sé già complesso ordinare la serialità contemporanea e non secondo categorie ben precise, che talvolta vengono sottovalutate. La vera domanda, a questo punto, è quanto ci mettiamo di nostro nelle interpretazioni che diamo. A questo proposito, proponiamo un estratto da un articolo che ci è capitato sotto mano proprio negli ultimi giorni:

Pesce rosso batte uomo 9 a 8: sono i secondi della soglia d’attenzione che riusciamo a mantenere. Uno studio comparato condotto da Microsoft – su un campione di 2 mila utenti e 112 partecipanti –  ha dimostrato che negli ultimi anni la nostra soglia di attenzione si è ridotta di 4 secondi in soli 3 anni, passando da 12 a 8 secondi, mentre il pesce rosso resta stabile a 9 secondi.

E poi:

Lo studio ha dimostrato che “con una dieta digitale ad alto consumo di social network, gli esseri umani abituati a lavorare con il doppio schermo e appassionati di tecnologia, fanno molta fatica a concentrarsi in ambienti in cui è richiesta attenzione prolungata”. Un drastico calo dell’attenzione che si manifesta, comunque, nel lungo termine. “I pionieri dei social media o chi ne fa largo uso – continua il report – sono portati ad avere “esplosioni” di attenzione, a intermittenza, ma sanno individuare meglio degli altri ciò che vogliono o non vogliono, e memorizzarlo più velocemente”.

Attenzione è un termine importante, perché delinea con quanta sincerità lo spettatore sta davanti alla tv, o con quanta analizzi ciò che vedi. Fortunatamente lo scenario della serialità è stato, dalle sue origini, sempre molto vasto, ed è questo che si vuole celebrare. L’universo del serial è diventato indispensabile e, soprattutto, accessibile: da che si tratti di una fiction a serialità forte o debole, a una dramedy, o una period-drama, una serie episodica, antologica o una sitcom. Tanti termini, per un universo che in realtà è più grande di quanto pensiamo: e su cui servirebbe iniziare a fare un po’ di storia. Ma lo scopriremo solo nei prossimi articoli…

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: missnombril.centerblog.net
Le avventure di Rin Tin Tin, film tratto dalla serie omonima che fu la prima in assoluto a vedersi sulla RAI negli anni 50.

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