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Islam, corano e jihad: una spiegazione

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Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di Islam, di religione, di Corano, di Jihād ma che diamine comporterà mai questa religione? Cos’è questa teologia islamica?

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Il profeta Maometto. Che bell’ometto!

Islam e kalām

La religione di Maometto, il sapere teologico islamico che prende appunto il nome di kalām si presenta come una sapienza cui tutti possono accedere ma che nessuno può interpretare o contestare nei suoi principi fondamentali; l’Islam – nella sua impostazione originaria, stampatevelo in fronte – si presenta come una fede priva di misteri.

Il principale oggetto del kalām è la comprensione del fondamento dell’unità divina – questo è il principio primo e costitutivo della fede islamica, in arabo tawhīd; tale comprensione prevede certamente argomenti atti a persuadere, a convincere, ma tali argomenti si basano solo ed esclusivamente sul testo sacro.

Il kalām, dunque, nasce a causa della diffusione e dello studio del Corano a partire da Medina, in Arabia, in autonomia completa rispetto alle altre forme del sapere che, anzi, comprende in sé.

Ma non dovete pensare che il kalām si sia imposto come sapere chiuso che non accetta confronti, anzi; fin dal suo primo periodo di formazione è manifesta una certa apertura nei confronti delle altre due grandi religioni monoteistiche, ovvero il cristianesimo e l’ebraismo. Ovviamente gli influssi provenienti da queste due religioni sono accettati solo quando non si oppongono ai principi fondamentali dell’Islam.

La jihād, spauracchio d’Occidente

Tocchiamo adesso uno degli argomenti più interessanti e più discussi: la jihād. La jihād è la guerra santa intesa come il dovere permanente del fedele di estendere la religione al mondo intero; nell’Islam il potere spirituale è di fatto indistinto da quello temporale, in altre parole un capo religioso è anche un capo politico.

Ma la jihād non deve ottenere la conversione forzata dei fedeli; specialmente nei riguardi delle Genti del Libro – che non sono una setta di Illuminati ma ebrei e cristiani – l’Islam si pone in modo tollerante e disponibile a patto che si accetti la condizione di inferiorità e sudditanza nei suoi confronti – e che sarà mai. Proprio da questo scambio inter religioso nasce l’esigenza di rafforzare e sistematizzare il kalām, specie in seguito alla trasformazione, avvenuta nel secolo VIII, del mondo islamico in una società multietnica.

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Bandiera jihadista”Testimonio che non c’è divinità se non Allah e testimonio che Muhammad è il suo Messaggero”
Voi ci vedete scritto “ammazza gli infedeli”? Io no

Mu’taziliti e al-Ash’arī

Alcuni teologi studiosi del kalām, i Mu’taziliti – salute! – decisero quindi di aprirsi all’uso di strumenti estranei alla religione come la logica e la metafisica. Grazie a costoro, il kalām si avvicinava sempre di più ad un sistema di conoscenze organico il cui nucleo fondamentale sta nel già citato tawhīd; tale nucleo fondamentale si raggiunge con la teologia negativa.

Il problema di questi Mu’taziliti è che erano abbastanza intransigenti e rigidi; questo comportamento porterà poi all’esaurirsi di questo tipo di pensiero. È bene ricordare, però, tra i teologi moderati che tentarono una mediazione fra ortodossia radicale e Mu’tazilitismo l’autore de Chiarimento dei principi della religione, al-Ash’arī – non è una parolaccia – che è considerato il fondatore della dottrina teologica dell’Islam ortodosso; altri studiosi che portarono alla maturazione del kalām sono al-Bāquillānī e al-Juwaynī ma il più importante e rappresentativo esponente del pensiero teologico arabo medievale è senz’altro Al-Ghazālī, allievo di al-Juwaynī.

Al-Ghazālī

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Ultima pagina dell’autobiografia di al-Ghazali. Chiarissima.

Per Al-Ghazālī il kalām è la conoscenza che ha per oggetto Dio e che si fonda sugli insegnamenti di Maometto; tale conoscenza non è la fede e non è sufficiente alla salvezza pur essendo necessaria.

Il kalām è utile secondo Al-Ghazālī per i buoni credenti con dubbi intellettuali e per gli infedeli ben disposti verso la verità; due opere sono importanti in tal senso, ovvero il Libro sulla moderazione della credenza e La vivificazione delle scienze della religione.

Questi scritti teologici di Al-Ghazālī si fondano sulla Rivelazione, il pensiero religioso è oramai organizzato e si concentra sulla scienza dello svelamento: conoscenza del divino in modo mistico, non comunicabile. Al-Ghazālī è contrario a  un kalām fondato su indagini razionali, a suo dire causa di scontri vani.

Nella sua opera più importante, Autodistruzione (o incoerenza) dei filosofi egli critica la falsafa (generalmente filosofia) quando si pone come conoscenza di verità autonoma e non come strumento; secondo Al-Ghazālī, se la falsafa dei Greci viene usata per affermare e non per chiarire si giunge a conclusioni non conciliabili con la verità della religione. Siccome, poi, le tesi filosofiche si contraddicono a vicenda escludendosi l’un l’altra, secondo il principio giuridico caro ai teologi dell’Islam, Al-Ghazālī afferma che una dottrina che presenta contraddizioni al suo interno è falsa; stando così le cose, empie sono quelle filosofie che hanno parlato di argomenti relativi all’ambito religioso. Ciò vale in particolar modo per:

  1. affermazione dell’eternità del mondo;
  2. idea che Dio conosca le realtà solo negli universali;
  3. l’immortalità solo dell’anima, negando la resurrezione dei corpi.

Al-Ghazālī scrisse anche Le intenzioni dei filosofi dove espone sinteticamente le dottrine che intende confutare; nel 1145, però, fu diffusa e tradotta in latino solo una parte dell’opera, senza il prologo, e Al-Ghazālī passò in Occidente come un sostenitore di quelle dottrine che invece voleva criticare. Che dura la vita.

Luigi Santoro

Fonti

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