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Pastorale Americana di Philip Roth: l’identità critica

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All’età di 85 anni Philip Roth è morto nella sua casa di Manhattan. Scrittore prolifico, ha dato alle stampe oltre 30 romanzi, tra cui il suo assoluto capolavoro, Pastorale Americana. Una carriera di oltre cinquant’anni, l’assegnazione di multipli premi Pulitzer e Man Booker, Philip Roth ha scritto la storia degli Stati Uniti in una visione critica, raccontando le sue radici di ebreo americano.

Pastorale Americana: una storia americana

Pastorale Americana, scritto nel 1997, fa parte del ciclo di romanzi di Zuckerman. Zuckerman è un alterego dello scrittore, un narratore esterno (nella seconda serie) alle vicende da lui raccontate.

Nel 1961, nel suo saggio Writing American Fiction scriveva che la realtà degli eventi era continuamente attiva nel superare il suo talento di scrittore, rendendo difficile l’operazione di “comprendere, poi descrivere, e infine rendere credibile gran parte della realtà americana”.

Sebbene Roth chiarisse, poi, in quello stesso saggio e in altre interviste e scritti che il ruolo dello scrittore non fosse quello di fornire un racconto storico, e che anzi l’autore non avesse alcuna capacità di influenzare politica e società, Pastorale American sembra contraddire queste istanze.

Pastorale Americana è un romanzo dal forte senso della storia. Il tempo degli eventi è tutto, perché è la storia a entrare con prepotenza nella vita dei protagonisti e a dettarne, infine, il procedere singhiozzante.

Dalla guerra in Vietnam alle rivolte legate al problema del razzismo, Pastorale Americana racconta di Newark, di anni luttuosi per l’America e lo fa dall’interno, attraverso l’abilità di Roth di dare corpo e realtà a quegli anni nel personaggio di Merry Levov.

Pastorale Americana: la trama

Pastorale AmericanaProtagonista del romanzo è lo Svedese, Seymour Levov, l’idolo dei ragazzini ebrei di Newark; biondo, bello e atletico, una promessa dello sport e della vita. Zuckerman, il narratore, si ritrova nel 1995 a una rimpatriata del liceo, quando riceve la notizia che lo Svedese è morto per un cancro alla prostata.

È Jerry a riferirglielo, il fratello dello Svedese, che sconvolge Zuckerman con la rivelazione che dal primo matrimonio di Seymour era nata una figlia, Merry, di cui lo Svedese non parlava mai. Tanto che nei due incontri con Zuckerman, uno nel 1985 e l’altro nel ’95 (poco prima che lo Svedese morisse), Seymour non aveva fatto menzione di una figlia, ma solo dei suoi tre eredi maschi, nati dal secondo matrimonio.

È questa la miccia che innesca il fuoco della ricostruzione di Zuckerman, che da ciò che ha sentito dalla bocca dello Svedese e da quella del fratello decide di darsi una spiegazione, di cercare uno sviluppo in eventi che all’apparenza possono sembrare del tutto inspiegabili e sconvolgenti.

Ciò che rende ogni cosa terrificante è la rivelazione che la figlia di Seymour, Merry, era scomparsa dalla vita della famiglia a seguito di un attentato terroristico nel suo paese, da lei organizzato e da lei portato a compimento. Una ragazzina di una famiglia benestante, una famiglia che contribuisce alla ricchezza della nazione e al suo sviluppo; i Levov conducono una ditta di guanti in pelle con profitto e successo.

Merry però – ed è qui che trovano spazio le speculazioni di Zuckerman – trova dentro di sé un germe di distruzione; qualcosa che, forse suscitato anche dalle sue compagnie, la porta non soltanto a contestare la famiglia, la società, la nazione capitalista, ma a voler sovvertire ogni cosa con la violenza.

Così Merry pianta una bomba nell’ufficio postale di Old Rimrock e ne uccide il proprietario. Tutti gli eventi sembrano essere risucchiati dall’atto terroristico di Merry. Zuckerman (e Roth) rivede e racconta l’intera storia della famiglia Levov in funzione di quell’esplosione del 1968.

Merry Levov e Seymour Levov

Pastorale Americana
Scena dal film tratto da “Pastorale Americana” del 2016.

Philip Roth indaga e approfondisce in particolare due personaggi, padre e figlia, Seymour e Merry.

Merry è una terrorista: Roth scava a fondo nelle sue ragioni, nel dissenso che ha causato questo suo gesto. Cosa spinge una ragazzina di Newark che ha alle spalle una famiglia felice, stabile e ricca a rinunciare a tutto, a ribellarsi e a mettere in atto una volontà di distruzione?

La risposta che Philip Roth dà non è affatto semplicistica. Motivazioni personali, familiari, ma anche esterne, influenze di compagni e amici, e ancora una serie di frustrazioni private formano l’agglomerato del sentimento di ribellione di Merry, che la spingerà nel 1968 a costruire e piantare una bomba, e uccidere un uomo.

Merry non si ribella solo alla società, alle ingiustizie che come tali percepisce, ma anche alla sua stessa famiglia, che vede come parte del problema, come complice di un’America imperialista, violenta e indifferente alla sofferenza provocata. Si ribella al padre, soprattutto, capitalista e sereno, che più di tutti cercherà di comprenderla e aiutarla a rinsavire.

Così lo Svedese – analizza Zuckerman – è costretto a fare fronte alla scoperta di una crisi di una superficialità di emozioni. Lo Svedese non s’era mai posto il problema di un’identità, di un conflitto. Dalla figlia è costretto ad andare oltre la sua esistenza, costruita sulle aspirazioni del padre e la sua personalità semplice, vitale e costruttiva. Si cela una bestia che divora la tranquillità, e lo Svedese conosce la tragedia. Scopre che c’è un mondo nascosto con cui deve fare i conti.

Zuckerman sparisce dal romanzo per illustrare un personaggio – Merry – che volontariamente si esilia dal consesso civile, e le cause della sua auto-emarginazione vanno ricercare proprio in quella civiltà, nella società che l’ha nutrita e tenuta al riparo fino a quando non ha deciso di porre fine ad ogni cosa. Lo Svedese deve compiere uno sforzo per ritrovare Merry, sua figlia, e per quanto riesca a superare la sua mancanza d’immaginazione, la sua sostanziale semplicità di uomo che accontenta, che fa come gli viene detto e ordinato, di uomo che conosce il suo posto nel mondo, non ritroverà mai più sua figlia.

Critica dell’identità

Pastorale Americana ci illustra una dolorosa verità. Chi cerca di distruggere una civiltà, perché ad essa si oppone, è frutto di quella stessa civiltà. Il seme di terrorista in Merry Levov è stato piantato dall’America imperialista, che lei – assieme agli altri giovani rivoluzionari – vuole vedere sanguinare.

Philip Roth non ha realizzato soltanto un’opera che ci fornisce estremo piacere letterario, che ci conduce a conoscere una realtà identitaria della società americana, ma che sprofonda in verità terribili risultanti dall’analisi estrema, minuziosa, di un periodo di crisi, senza veli, senza falsi conforti.

Pastorale Americana è un capolavoro della letteratura per cui è giusto che Philip Roth venga ricordato, perché ci toglie la salda certezza che ciò che produciamo ci assomigli e sia necessariamente frutto delle nostre buone intenzioni.

Oriana Mortale.

Bibliografia

Aliki Varvogli, The Inscription of Terrorism: Philip Roth’s “American Pastoral” in Philip Roth Studies, vol. 3, n. 2, 2007, Purdue University Press

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