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Max Weber: capitalismo e organizzazione del lavoro

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Max Weber
Una catena di montaggio Ford, perfetto esempio di organizzazione del lavoro

Se Marx fonda il capitalismo sullo sfruttamento, per Max Weber la sua caratteristica centrale è invece l’organizzazione. Per essere più precisi, è la sua “organizzazione razionale del lavoro libero”.

Tale tratto differenzia il capitalismo occidentale moderno dalle altre varianti di questo sistema economico esistite nel corso della storia. Per Weber esso non è, infatti, figlio di un’epoca specifica. Atti economici capitalistici, come tra poco vedremo, si ritrovano sin dall’alba dei tempi

in tutti i paesi civili del mondo; per lo meno fin dove risalgono i documenti economici che possediamo. In Cina, in India, in Babilonia, in Egitto, nell’antichità mediterranea, nel Medio Evo e nell’Evo moderno.

Da questi presupposti parte la riflessione weberiana, volta a differenziare la forma capitalistica a noi più familiare da tutte le altre.

L’atto economico capitalistico

Max Weber
Max Weber (1864-1920)

In merito all’atto economico capitalistico, Weber scrive:

si basa sull’aspettativa di guadagno derivante dallo sfruttare abilmente le congiunture dello scambio, dunque da probabilità di guadagno formalmente pacifiche.

Il capitalismo è, dunque, un sistema economico fondato su tale comportamento. Esso consiste nel ricercare un profitto attraverso transazioni che avvengano, per l’appunto, in modo pacifico. Il suo modello organizzativo tipico è l’impresa capitalistica. Il proprietario, infatti, mirerà ad accrescere progressivamente il proprio capitale di partenza attraverso scambi continui.

Qual è la differenza rispetto ad un qualunque altro sistema? Qualsiasi agente economico, infatti, avrà come fine ultimo la ricerca di un guadagno. Non a caso Weber ritiene che questo tipo di capitalismo possa ritrovarsi in tutte le civiltà umane esistite nel corso della storia.

Per differenziare il nostro sistema contemporaneo serve, allora, qualcosa in più. Si tratta, per l’appunto, dell’organizzazione razionale del lavoro formalmente libero.

L’organizzazione del lavoro libero

L’espressione “organizzazione razionale” richiama un altro fondamentale contributo weberiano alla sociologia: l’analisi dell’agire sociale. Il sociologo propone quattro tipi ideali in cui può essere categorizzato il comportamento umano. Uno di questi si chiama “agire razionale rispetto allo scopo” ed è così descritto:

Il tipo di agire nel quale un soggetto agisce in vista di un fine determinato e calcola i suoi sforzi in modo razionale per raggiungerlo.

L’organizzazione capitalistica è finalizzata, dunque, al “perseguimento razionale del profitto”. Ciò è in contrasto con altri tipi di agire basati, invece, sul valore o sulla tradizione.

Cosa si intende, invece, per “lavoro formalmente libero”? In primo luogo le imprese capitalistiche hanno bisogno di assumere lavoratori salariati che siano giuridicamente liberi. Nel capitalismo moderno i capitalisti possono avvalersi della fine della schiavitù e della servitù della gleba per reclutare lavoratori formalmente liberi e organizzare, così, razionalmente la loro produzione.

Vale, però, la pena sottolineare che la disponibilità di lavoro libero era già stata indicata, come condizione fondamentale per lo sviluppo del capitalismo, da un altro suo analista, il filosofo Karl Marx. Non a caso, per sottolineare la profonda somiglianza tra le loro ricerche, Max Weber è talvolta definito “il Marx della borghesia”. Le loro visioni differiscono, tuttavia, in un punto fondamentale.

Max Weber e Karl Marx

Secondo Marx, la fine della servitù della gleba, pur avendo liberato i lavoratori, li ha, di fatto, anche lasciati senza null’altro che la propria forza-lavoro.  Essi devono, dunque, vendere quest’ultima ai capitalisti per sopravvivere. A partire da ciò, egli sviluppa le sue celebri teorie sulla profonda iniquità del capitalismo. Accusa i capitalisti di aver creato un sistema basato sullo sfruttamento dei proletari, coloro cioè che possiedono soltanto i propri figli.

A differenza di Marx, Weber non pone questa critica di carattere morale, poiché a suo giudizio le scienze sociali devono essere avalutative. Queste non possono, cioè, comprendere giudizi di valore, ma solo analisi scientifiche.

Oltre a ciò, i due pensatori divergono anche nell’indicazione delle altre caratteristiche di base di una società capitalistica. Se entrambi concordano sull’importanza della presenza di mercati aperti, infatti, Marx pone poi l’accento sulla definizione di “capitale”, mentre Weber rimarca la separazione tra famiglia e impresa, lo sviluppo di un diritto formalmente statuito (regole instabili, ovviamente, penalizzano le attività economiche) e, soprattutto, il particolare spirito pragmatico che caratterizza il capitalismo occidentale. Quest’ultimo verrà collegato all’etica della religione protestante in una delle sue opere più note.

Francesco Robustelli

Bibliografia

Jedlowski, Il mondo in questione, editore Carocci, 2003.

Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1905, Rizzoli 1974.

FONTE

L’immagine di copertina è ripresa da Linkiesta

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