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Helmuth Plessner: l’uomo tra eccentrismo e scissione

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Dipinto surreale di Moki Mioke

Con l’elaborazione del concetto di posizionalità eccentrica, Plessner riesce nel 1923 a dare un contributo rilevante all’antropologia filosofica, al punto da essere poi considerato uno dei suoi fondatori. L’attenzione che egli rivolge alla natura organica umana si deve all’idea che senza la filosofia della natura non sia possibile nemmeno immaginare una filosofia dell’uomo.

Plessner contro il dualismo cartesiano

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Helmuth Plessner (1892-1985)

Plessner prende innanzitutto le distanze dal dualismo cartesiano, rintracciando un’importante legame tra le scienze dello spirito e la filosofia della natura. Le prime necessitano della seconda, poiché tutto ciò che si lega alla conoscenza e alla rappresentazione deve necessariamente derivare e confluire nella sfera vitale. Laddove si decidesse di tralasciare l’aspetto naturale, le scienze dello spirito dovrebbero limitarsi a trattare l’uomo solo come soggetto dell’agire spirituale. In tal frangente verrebbe meno la correlazione speciale che ogni uomo ha con il proprio corpo, nonché la possibilità di una conoscenza onnicomprensiva di quest’ultimo. Solo a partire da questo presupposto, secondo Plessner, è possibile un’antropologia filosofica che abbia al centro di tutto l’uomo. Il filosofo, infatti, ne I gradi dell’organico e l’uomo scrive:

L’uomo in sé e per sé non esiste come corpo (se con corpo si intende lo strato oggettivato dalle scienze sociali), non come anima (se si tratta dell’oggetto della psicologia) […] ma come unità vitale psicofisicamente indifferente, o neutrale. Dunque per prima cosa bisogna occuparsi dell’uomo come unità vitale personale, degli strati dell’esserci che con lui coesistono in maniera essenziale.

La conoscenza degli organismi, allora, si attua non solo esaminando le loro caratteristiche peculiari, ma comprendendo in primo luogo la posizione che occupano. Plessner classifica in base a questo principio i tre gradi dell’organico: piante, animali e umani.

I gradi dell’organico: dalle piante agli animali

L’unità di un organismo è ottenuta grazie ad un ciclo vitale che porta l’organismo stesso ad essere contemporaneamente sia dentro che fuori di sé. La contraddizione tra chiusura derivante dal corpo e apertura legata allo statuto di organismo si risolve in una particolare forma (typus) o organizzazione. Il mondo vegetale presenta un’organizzazione aperta: gli organismi sono immediatamente inseriti nel’ambiente circostante e ancorati indissolubilmente al suo ciclo vitale. Anche da un punto di vista strutturale, le piante si sviluppano dall’interno verso l’esterno. Questa apertura si può individuare anche nella riproduzione, che si realizza grazie ai fattori esterni come vento ed insetti. Inoltre, dalla locazione fissa, tipica della maggior parte dei vegetali, si evince un’importante differenza che separa la loro organizzazione da quella degli animali. Plessner, al riguardo, scrive:

L’apertura e chiusura dei fiori, la posizione diurna e notturna delle foglie, l’orientamento del gambo verso la luce o delle radici per la forza gravitazionale non sono in alcun modo mediati da un centro, non sono movimenti risalenti a impulsi istintivi o magari volontari.[…] la forma aperta non ha un centro che renda possibile spinte motorie istintive, impulsive o volontarie.

Invece la mediazione esiste per gli animali, poiché la loro apertura del campo posizionale coincide con un’organizzazione chiusa. L’animale è posto in sé, cioè riesce ad essere indipendente dal ciclo vitale al quale comunque appartiene. Riceve stimoli dall’esterno e si attiva per soddisfarli. Possiede un suo centro, dal quale va e viene, ma non vive come centro. Plessner scrive:

L’animale è ancora in sé assorbito, e porta con sé lo sbarramento a lui nascosto, alla sua propria esistenza individuale.

Dalla posizione concentrica dell’animale a quella eccentrica dell’uomo

Se il passaggio dalla pianta all’animale non è immediato, poiché alcune piante presentano caratteri posizionali tipici dell’animale, la stessa cosa accade nel passaggio che va dall’animale all’uomo. L’animale è preso nella morsa del “qui ed ora”, ma presenta in potenza una elevazione in grado di innalzare il suo corpo ad un livello superiore: quello umano. Se l’animale possiede un centro posizionale, ma non è in relazione con esso, l’uomo è invece cosciente della centralità della sua esistenza. Per questo motivo Plessner definisce la posizionalità animale concentrica e quella dell’uomo eccentrica.

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Il sogno di Henri Rousseau

L’organizzazione dell’uomo è chiusa, ma egli è posto “dietro di sé”, cioè esperisce se stesso (lo fa anche a distanza attraverso il pensiero) e ciò che gli sta di fronte come oggetto. L’uomo distingue, così, finalmente tra sfera interna, sfera esterna e coscienza. Questa tridimensionalità caratterizza la persona:

Posizionalmente si ha una triplice determinazione: il vivente è corpo, nel corpo (come vita interiore o anima) e fuori dal corpo, come il punto di vista da cui derivano entrambi. Un individuo posizionalmente caratterizzato in questo triplice modo si dice persona.

Una visione pessimistica?

Secondo Plessner ciò che caratterizza propriamente l’uomo è la sua percezione del vuoto, della mancanza e del negativo. Proprio perché riflessivo e autocosciente egli è, infatti, intimamente scisso tra la sfera interna della sua corporalità e quella esterna ad essa. Ricordare, percepire e osservare l’altro sono gli atti di riflessione che egli è portato a realizzare, ma in effetti sono anche gli atti da cui scaturisce la sofferenza. Inoltre l’uomo è un organismo per certi versi artificiale, cioè ha bisogno di qualcosa di innaturale per vivere ciò che è. In questo ricorso all’artificio, Plessner ravvede l’incapacità dell’essere umano di far fronte alla sua debolezza e il desiderio di realizzare continuamente se stesso. A detta dello studioso tedesco, da una parte l’eccentricità garantisce l’immediatezza del sapere umano, direttamente legato al reale, ma dall’altra parte genera la riflessione, la mediazione che lo porta a dubitare.

Questa continua frattura può essere fonte di grandi possibilità o causa di malattie e rovina, anche se nella riflessione del filosofo, come si evince da quanto detto, sembra prevalere una visione pessimistica. Di certo Plessner riconosce all’uomo l’espressione creativa, che scaturisce dall’esigenza che ha di realizzarsi nel suo “abbisogno”. Forse potrebbe bastare questo carattere per annoverare l’uomo tra gli organismi speciali, che al di là della scissione tra il sentirsi immediatamente e l’essere mediato, godono di un privilegio esclusivo: la capacità di fare arte.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Helmuth Plessner, I gradi dell’organico e l’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica, Bollati Boringhieri, 2006.

 

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