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Kuhn: La struttura delle rivoluzioni scientifiche

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"Galileo mostra l’uso del cannocchiale al Doge di Venezia" di Giuseppe Bertini

Ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962), Kuhn elabora ed espone la celebre teoria dei paradigmi. L’intento del saggio è quello di delineare la modalità attraverso cui si dispiega il progresso scientifico. Il filosofo, dunque, fornisce gli strumenti interpretativi per comprendere la natura delle rivoluzioni scientifiche e il modo in cui esse irrompono nel contesto della scienza normale. Cerchiamo, quindi, di ricostruire le tappe che compongono l’itinerario descritto dall’autore.

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Icone di alcune delle scoperte scientifiche rivoluzionarie della storia.

Kuhn e la teoria dei paradigmi

Innanzitutto, occorre partire dalla definizione di scienza normale. Kuhn indica, in questi termini, “una ricerca stabilmente fondata su uno o su più risultati raggiunti dalla scienza del passato”. Si tratta, in sostanza, di una tradizione scientifica a cui la comunità di scienziati fa riferimento per procedere nella ricerca. Ogni tradizione scientifica si distingue per il paradigma che assume come suo fondamento. La nozione di paradigma, allora, diventa l’elemento a partire dal quale è possibile differenziare le stesse tradizioni scientifiche.

Ma che cos’è, quindi, un paradigma? Un paradigma è l’insieme di “leggi, teorie, applicazioni e strumenti” che costituiscono, nel loro complesso, un modello di indagine scientifica. Un esempio di paradigma, dice Kuhn, può essere l’astronomia tolemaica o la dinamica newtoniana. La scienza normale si radica su di uno specifico modello, che le fornisce gli strumenti adeguati per la risoluzione di una serie di problemi. Il paradigma, inoltre, assolve anche alla funzione di delimitare il campo di ricerca a cui si rivolge l’attenzione della comunità scientifica.

Lo scopo della scienza normale, continua l’autore, non è l’individuazione di una teoria nuova ed inedita. Al contrario, essa è principalmente interessata ad articolare il suo paradigma di riferimento, concentrandosi in un’area specializzata.

La scienza normale come soluzione di rompicapo

In ragione di questo carattere, che potremmo definire conservatore, della scienza normale, Kuhn dichiara che essa consiste nella soluzione di rompicapo. Infatti, come colui che si cimenta nella risoluzione di un cruciverba, anche lo scienziato sa che esiste una soluzione per il problema che si trova di fronte. Il paradigma restringe l’ambito degli strumenti e delle soluzioni accettabili per lo scienziato. Il modello paradigmatico, inoltre, fornisce al ricercatore un insieme di regole di carattere universale ed empirico, che rappresentano le «regole del gioco».

Tuttavia, Kuhn tiene a sottolineare che sarebbe errato identificare la struttura del paradigma con quella della legge. Esse, infatti, non sono dotate della stessa fissità, poiché la prima ammette un margine di trasformazione sconosciuto alla seconda. Allo stesso modo, la coerenza di un certo paradigma non è determinata da leggi, bensì da un rapporto di «rassomiglianza familiare» (a tal proposito, si veda la teoria dei giochi linguistici di Wittgenstein).

Gli scienziati non sono, quindi, interessati a discussioni epistemologiche, finché il paradigma si rivela efficace nella sua applicazione. In un contesto prettamente scientifico, infatti, teoria e applicazione sono in una relazione di reciprocità. Questo genere di discussioni, continua il filosofo, si alimenta nel periodo pre-paradigmatico, ossia quando ci si prepara all’affermazione di un nuovo paradigma.

L’emergere dell’anomalia e lo stato di crisi

Fino ad ora, abbiamo delineato il comportamento della scienza normale e si è visto che la sua configurazione è ben lontana dal favorire le rivoluzioni. Com’è possibile allora, si chiede Kuhn, che esse si verifichino? L’elemento centrale, in questo caso, è l’anomalia. L’anomalia si presenta come un fenomeno che non si adatta all’incasellamento all’interno delle categorie concettuali del paradigma. Di fronte al fatto anomalo, lo scienziato è chiamato ad operare un riadattamento del modello paradigmatico.

L’assimilazione di un nuovo genere di fatti richiede un adattamento, non semplicemente adattivo, della teoria; finché tale adattamento non è completo – finché la scienza non ha imparato a guardare alla natura in maniera differente – i fatti nuovi messi in luce non possono in alcun modo considerarsi fatti scientifici.

Ad ogni modo, non si deve affatto considerare la scoperta dell’anomalia come un fatto rapido ed istantaneo. Essa è un processo che si dispiega nel tempo, in quanto richiede l’assunzione di un complesso inedito di concetti e metodi che possano consentire l’identificazione del nuovo fenomeno. L’emergere dell’anomalia comporta, in definitiva, il mutamento del paradigma.

Tuttavia, l’anomalia non raggiunge la stessa portata di radicalità dell’insorgere di una crisi. La crisi si verifica quando si assiste all’invenzione di una nuova teoria, capace di offrire strumenti adeguati per la risoluzione di problemi ancora aperti. L’affermazione di nuove teorie è generalmente preceduta da “uno stato di profonda incertezza nel campo della specializzazione interessata”. Il sistema copernicano, ad esempio, fu la risposta al declino dell’astronomia tolemaica, incapace di ridurre le discrepanze tra la teoria e i fatti naturali.

La risoluzione della crisi e la sostituzione del paradigma

A questo punto, comincia a chiarirsi quale sia l’aspetto di una rivoluzione scientifica. In sostanza, essa consiste nella sostituzione del paradigma con una teoria, altrettanto paradigmatica, che riesca a rispondere in maniera efficace alla crisi insorta. Nessun paradigma, continua Kuhn, sarà mai in grado, però, di risolvere la totalità dei problemi. Una risoluzione definitiva comporterebbe, infatti, la fine della scienza normale come rompicapo.

Una questione importante, che Kuhn mette ben in evidenza, concerne lo statuto del nuovo paradigma. Quest’ultimo, infatti, non va considerato come una sorta di estensione del vecchio paradigma. Al contrario, in questa situazione, ci troviamo di fronte ad “una ricostruzione del campo su nuove basi”. Si assiste, cioè, alla trasformazione di costrutti teorici, di applicazione e metodologie. Per questa ragione, la rivoluzione scientifica è un processo lungo, intervallato da periodi di transizione in cui sopravvive ancora il vecchio paradigma. Tuttavia, Kuhn scrive:

Quando la transizione è compiuta, gli specialisti considereranno in modo diverso il loro campo, e avranno mutato i loro metodi, ed il loro scopi.

La sostituzione da parte del nuovo paradigma prevede, in sostanza, la decostruzione del precedente.

Kuhn: considerazioni conclusive sul progresso scientifico

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T.S Kuhn (1922-1996)

Kuhn sostiene, in definitiva, che la scienza progredisce attraverso crisi e rivoluzioni. Dal momento che le rivoluzioni comportano una variazione strutturale dei paradigmi, il progresso scientifico non è cumulativo. Non si può immaginare il corso della scienza come un continuum lineare, perché tale visione non si accorda con la natura peculiare delle rivoluzioni. L’evoluzione in campo scientifico non è un processo teleologico, orientato al raggiungimento di una verità della natura. In definitiva, secondo Kuhn dovremmo imparare a sostituire l’idea dell’evoluzione verso ciò che vogliamo conoscere con quella dell’evoluzione che parte da ciò che già conosciamo. In questa prospettiva molti problemi attuali potrebbero dissolversi.

 

Alessandra Bocchetti

Bibliografia:

T. S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1962.

 

 

 

 

 

 

 

 

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