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Max Weber: la ragione della fede protestante

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Weber, L'etica protestante
Prima edizione dell'opera di Weber, 1905

Famoso sociologo, economista, filosofo e storico tedesco, Max Weber (1864-1920) è ricordato per una serie di contributi fondamentali nella storia delle scienze sociali. Sue sono, ad esempio, la teorizzazione degli idealtipi, l’analisi dei tre tipi di potere o la definizione stessa della sociologia. Tra queste, un’altra delle tesi più note mette in relazione fideismo cristiano e razionalismo.

Nella sua opera più conosciuta, infatti, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1905), Weber associa le origini del secondo alla particolare forma mentis impressa alla cultura europea dalla prima. Da qui, il suo ragionamento è stato esteso dall’analisi del sistema economico in questione a quella dei fondamenti ideologici della civiltà occidentale stessa (un tema di ricerca centrale già per lui).

Weber
Fotografia di Max Weber

La ragione dalla religione

Noi uomini occidentali siamo stato abituati, per secoli, alle serrate polemiche tra fede e ragione, presentate e viste come due termini reciprocamente esclusivi. Questo sembrerebbero suggerire anche le numerose pronunce ufficiali in materia da parte della dottrina cattolica: ancora nel 1864 papa Pio IX, nel suo “Compendio dei principali errori dell’età nostra”, più noto con il suo titolo latino di Sillabo, dedicava un’intera sezione alla condanna addirittura del razionalismo moderato. Solo recenti sarebbero state le aperture, da parte della Chiesa, in senso conciliatore, ad esempio con la “Fides et ratio” emanata nel 1998 da Giovanni Paolo II.

Max Weber, tuttavia, rigetta decisamente tale punto di vista. Secondo l’autore, infatti, per indagare “il particolare carattere” e “le origini” del razionalismo occidentale non si può mancare di fare riferimento alla religione, in particolare a quella protestante.

Questo perché essa costituiva la forma principale della cultura europea nel periodo in cui tale indirizzo filosofico è nato e si è sviluppato, ovvero i primi secoli dell’Età Moderna. Tra le due cose ci sarebbe dunque un rapporto fortissimo, quasi di filiazione.
Ma in cosa consiste, esattamente, questo legame?

Max Weber
Frontespizio della prima edizione dell’opera, 1905

La salvezza tramite il lavoro

Benché eterogenee, le varie fedi riformate nate a partire da Lutero condividono, in materia dottrinaria, due capisaldi: il rifiuto dell’autorità ecclesiastica e la dottrina della predestinazione delle anime.

Weber insiste soprattutto su quest’ultima, nella sua variante calvinista: secondo tale credenza, siccome il fedele protestante è già stato destinato da Dio, ab aeterno, alla salvezza o alla dannazione, egli non può modificare o influenzare in alcun modo la sua sorte. Ciò, però, non vuol dire abbandonarsi alla totale nullafacenza: l’uomo, infatti, ha ancora la possibilità di ricercare, nella sua vita terrena, i segni della benevolenza divina. E quale migliore spia di futura beatitudine, se non il successo nell’attività lavorativa?

Fuga nel mondo

Weber pone alla base del suo ragionamento il fondamentale concetto di Beruf, ovvero “la dimensione religiosa dell’occuparsi di compiti connessi alla propria posizione nel mondo” (Jedlowski, 2009). Il lavoro assurge, cioè, a mezzo per glorificare il Signore, e “la scarsa voglia di lavorare è sintomo della mancanza della Grazia”.

Contemporaneamente, però, il protestante non può in alcun modo usare il denaro così guadagnato per indulgere alle tentazioni: per la sua dottrina, infatti, il peccato non è un errore che può essere perdonato tramite la confessione (che, in questa forma del Cristianesimo, non esiste) bensì una spia certa della sua futura dannazione. Il capitale accumulato dovrà, quindi, essere immediatamente reinvestito, in una fusione di rinuncia al godimento dei piaceri terreni e impegno attivo nel mondo che Weber chiama, con un apparente ossimoro, “ascesi intramondana”.

Tali “forme di condotta pratico-razionale” (ibidem) sono proprie non soltanto dell’imprenditore capitalista, ma anche dell’uomo occidentale in generale. Siccome, infatti, il proprio Beruf si compie sulla Terra, e non (solo) in un regno ultraterreno, l’individuo è spinto a interessarsi, oltre che ai “doveri ascetici”, anche a quelli “profani”, indagando e cercando di comprendere il mondo, anziché disprezzarlo in vista della vita eterna.

Ciò ha implicazioni filosofiche e storiche chiarissime, se pensiamo ai successi sviluppi della nostra civiltà: in fondo, è forse un caso che quasi tutti i padri del razionalismo e liberal-progressismo occidentale (Grozio, Spinoza, Hume, Locke, Smith, i pensatori della Rivoluzione Americana) provenissero da contesti, per l’appunto, protestanti?

 

Bibliografia

– Jedlowski, 2009, Il mondo in questione, 2° ed.

– Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1905, trad. it. 1974, in Jedwloski, op.cit.

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