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Edith Stein, l’empatia come riconoscimento di sé e dell’altro

Edith Stein, l’empatia come riconoscimento di sé e dell’altro

Nell’antica Grecia en pathos significava letteralmente “dentro il sentimento” e in effetti ancora oggi sosteniamo di provare empatia nei riguardi di qualcuno quando ci sentiamo partecipi del suo stato d’animo. Prima di divenire oggetto di studio della psicologia, questo sentire spontaneo catturò l’interesse di diversi intellettuali. Tra questi Edith Stein  che, a partire dagli insegnamenti del suo maestro Husserl, riuscì a delineare i confini dell’empatia e a coglierne aspetti inediti.

Il metodo fenomenologico applicato all’empatia

Stein

Edith Stein (1891-1942)

Con non poche difficoltà Edith Stein strutturò il suo discorso inaugurale per il conferimento del dottorato in filosofia, che oggi è racchiuso nel testo “Il tema dell’empatia”. L’opera, interessante come poche altre, rappresenta il primo tentativo di argomentare il tema oggettivamente. Innanzitutto il metodo di indagine, ripreso dal maestro, è quello della riduzione fenomenologica. Questo prevede la sospensione del giudizio su tutto ciò che può essere messo in dubbio e di cui non si può avere una conoscenza scientifica. Secondo Stein si può mettere in dubbio il porre in essere ma non l’oggetto che lo riempie, cioè l’esperienza vissuta. A tal proposito scrive:

Il mio passato potrebbe essere un sogno ed il suo ricordo un inganno […] Ma <<io>>, il Soggetto dell’esperienza vissuta, che considero il mondo e la mia persona come fenomeni, <<io>> sono nell’esperienza vissuta e soltanto in essa permango.

Non è possibile escludere dall’indagine allo stesso tempo l’Io e l’esperienza vissuta. Quest’ultima in particolare ci aiuta a capire come funziona “l’atto empatico“, giacché l’empatia consiste proprio nel cogliere l’esperienza vissuta dell’altro. L’empatia è originaria, perché ha origine in noi, ma allo stesso tempo ha un oggetto non originario, perché il suo contenuto è esterno. Nello gioire o soffrire per l’altrui gioia o sofferenza il soggetto non rievoca gioia e sofferenza dai suoi ricordi né li trae dalla sua immaginazione, bensì essi scaturiscono dallo stato d’animo di un altro. Da ciò deduciamo che l’empatia è sempre non originaria.

La classificazione di Stein: empatia, unipatia, co-sentire

L’indagine di Stein prosegue facendo chiarezza su alcune nozioni che erroneamente vengono confuse con l’empatia. Tra le cattive interpretazioni spicca quella di Lipps, che considera l’empatia come l’unione tra l’Io proprio e l’Io esterno a favore di un Io unico. Una siffatta concezione, come ben sottolinea Edith Stein, farebbe però coincidere le due esperienze vissute. Accettando questa teoria i soggetti diventano distinti solo nella loro accezione fisica. Viene meno inoltre il senso di avere due corpi separati (senza considerare il fatto che il soggetto comunica con l’altro anche in relazione al suo corpo) ma anche il senso stesso dell’empatia, intesa come presa di coscienza dell’altro.

La condizione descritta da Lipps si avvicina piuttosto a quella che Stein fa ricadere sotto il nome di unipatia. Questa si verifica quando un entusiasmo provato da più persone contemporaneamente dinanzi ad un evento ci dà la percezione che il nostro stato d’animo non differisca in alcun modo da quello altrui. In tal caso l’Io e il Tu si riversano nel Noi, poiché vi è un sentire comune rispetto a qualcos’altro. Anche il co-sentire, secondo Stein, viene spesso confuso con l’empatia. In verità il co-sentire si verifica ad esempio quando la gioia che l’altro prova per un evento, come un esame superato, può avere un esito gioioso anche per noi, perché grazie a tale traguardo entrambi possiamo fare un viaggio. Il co-sentire è legato al soggetto più direttamente di quanto lo sia l’empatia e a differenza di questa può essere considerato originario.

L’empatia e il riconoscimento del valore altrui

Talvolta l’empatia sembra afferire all’ambito della percezione e altre volte a quello della rappresentazione. Di certo l’atto empatico ci permette di conoscere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda. Con queste parole la studiosa sottolinea quello che potrebbe essere inteso come il punto focale della sua ricerca. Aggiunge inoltre:

L’immagine del mondo che empatizzo nell’altro non è solo una modificazione della mia immagine sulla base di un diverso orientamento, ma varia a seconda della caratteristica colta del suo corpo proprio.

Stein

Per lo stesso principio chi non possiede un uso funzionale di tutti i suoi sensi può arricchire l’immagine di sé e del mondo attraverso l’esperienza altrui.

Poco dopo Stein scrive:

Imprigionato nella barriera della mia individualità, non potrei andare al di là del mondo come mi appare, e in ogni modo si potrebbe pensare che la possibilità della sua esistenza indipendente […] resti sempre indimostrata.

In tal modo l’uomo scopre se stesso e il valore dell’altro. Dunque Edith Stein pone in luce l’importanza del riconoscimento di sé attraverso l’altro, tema a noi oggi molto caro. In definitiva, la filosofa realizza un’analisi dell’empatia estremamente accurata e attenta al valore del soggetto, che definisce in più occasioni psicofisico. Riesce in questa impresa proprio lei che vide negato il riconoscimento della sua dignità di essere umano, quando nel 1942 fu deportata e uccisa ad Auschwitz.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Edith Stein, Il problema dell’empatia, Edizioni Studium, Roma 2009.

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