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“Il terremoto in Cile” di Heinrich von Kleist

“Il terremoto in Cile” di Heinrich von Kleist

Nella sua breve e tragica esistenza, Heinrich von Kleist ha scritto importanti drammi e novelle che terminano spesso in modo ambiguo e senza alcuna risposta chiara sul senso degli avvenimenti. Un esempio di ciò è indubbiamente il racconto del 1807 “Il terremoto in Cile” (Das Erdbeben in Chili), dove è negata qualsiasi possibilità di sciogliere il nodo tragico. La scelta di von Kleist di dedicarsi alla forma narrativa più moderna per quei tempi, ossia la novella, riflette l’irrimediabile perdita di senso successiva alla crisi kantiana. Nella letteratura tedesca, la tradizione novellistica prende spunto dal significato originario del concetto: si tratta dell’«annuncio», della «notizia di giornale» di primo Ottocento e dunque si riferisce a un fatto realmente accaduto, alla cronaca delle cose. Von Kleist, quindi, ricorre alla novella proprio per il suo carattere di veridicità: immaginando che la storia narrata sia accaduta realmente, può raccontare anche l’inspiegabile utilizzando lo stile “giornalistico”.

Il “ruolo” del terremoto nella novella

von Kleist

La tomba di Heinrich von Kleist a Wannsee, Berlino.

Sin dal titolo del racconto, la sciagura del terremoto invade la scena. È importante considerare però che il simbolo del caos, «la violenza distruttrice della natura» non è né un giudizio divino contro qualcuno né un segno di distruzione di una società che vive nel peccato. Il terremoto semplicemente avviene, è un evento naturale senza scopo e intenzionalità, senza senso né fine. Nonostante ciò, non solo è in grado di riunire i due amanti protagonisti del racconto separati dalla crudeltà e dall’ostilità dell’animo umano, ma contribuisce anche alla creazione di un paradiso terrestrealla Rousseau”, dove regnano sovrane la solidarietà tra gli uomini e l’armonia della natura circostante: «trovarono uno stupendo melograno, che allargava intorno i suoi rami carichi di frutti profumati; sulla cima l’usignuolo zufolava il suo canto voluttuoso». Tuttavia, questo paradiso si rivelerà di breve durata e privo di qualsiasi consistenza.

Un inno alla gioia e alla vita

“Il terremoto in Cile” è indubbiamente il migliore dei racconti brevi di von Kleist. Ciò che si può notare è come l’elemento morboso sia costituito dal fanatismo religioso. Condannando nel racconto tale smania verso un’esistenza ultraterrena, von Kleist mette a punto un inno appassionato alla bellezza della vita e alla solidarietà umana:

soltanto quando si volse [Jeronimo], e vide dietro di sé la città rasa al suolo, si rammentò del momento terribile che aveva vissuto. Si prosternò così profondamente che la sua fronte toccò terra, e ringraziò Dio di averlo così prodigiosamente salvato; e, come se l’orrenda esperienza impressa nel suo animo ne avesse scacciato tutte le precedenti, pianse di gioia, perché la vita era bella, colorata, varia, ed egli ne godeva ancora.

Il cataclisma che distrugge quasi tutta Santiago, dunque, non annuncia la fine del mondo, bensì segna l’inizio di una società migliore, una società in cui tutti sono spontaneamente uniti da un puro e sincero sentimento di solidarietà. Al centro di questo nuovo mondo, von Kleist pone la sua “sacra famiglia”, composta dall’aristocratica Josefe, dallo spagnolo Jeronimo e dal loro bambino.

Le “notizie” raccontate da von Kleist

All’inizio della novella, la protagonista femminile Josefe sta per essere condotta al patibolo per aver messo al mondo un figlio illegittimo con Jeronimo che, nello stesso momento, sta per suicidarsi in prigione. I due amanti sono però miracolosamente salvati dalla loro tragedia familiare, perché il terremoto fa crollare le mura della prigione e getta scompiglio in mezzo alle autorità, permettendo ai protagonisti di scappare via. I due fidanzati finiranno per ritrovarsi di notte nel bosco:

Il sole calava di nuovo, e con esso la speranza, verso il tramonto, quando salì [Jeronimo] sull’orlo di una rupe, e gli si aprì la vista su un’ampia valle, in cui solo poche persone avevano trovato rifugio. Indeciso sul da farsi, passò in fretta da un gruppo all’altro, e stava già per tornare indietro, quando improvvisamente, presso un ruscello che scendeva lungo il ripido pendio, scorse una giovane donna intenta a lavare un bambino nelle sue acque. […] e riconobbe Josefe, che al rumore si era guardata intorno timorosa. Con quale beatitudine si abbracciarono gli infelici, che un prodigio del cielo aveva salvato!

Insieme a tutti i fuggiaschi, Jeronimo e Josefe cominciano a vivere in una società ideale, dove cade ogni barriera sociale: la fanciulla già condannata da tutti è accolta affettuosamente anche da una contessa, Donna Elvira, di cui Josefe allatta il figlio. Di fronte a tanta spontanea solidarietà, la giovane coppia è sicura di ottenere il perdono delle autorità e si reca fiduciosa «nella chiesa dei Domenicani, l’unica che il terremoto avesse risparmiato». Ma un frate fanatico nella sua predica attribuisce il terremoto al peccato dei due giovani innamorati, scatenando l’ira dei credenti e il massacro dei due protagonisti. A sopravvivere all’odio degli uomini è soltanto il figlio di Josefe, adottato poi da Donna Elvira.

Una seconda chance dalla natura

In questo racconto sembra che improvvisamente alla furia della natura si sostituisca la furia del fanatismo. In realtà, come si è già visto, quest’ultimo domina la novella sin dall’inizio, quando si parla della feroce condanna di Josefe:

Tutto ciò che si poté ottenere fu che il rogo, al quale venne condannata, fosse commutato, per atto d’imperio del vinceré e con gran disappunto delle matrone e delle vergini di Santiago, nella decapitazione. Nelle strade per le quali doveva passare il corteo dell’esecuzione si affittarono le finestre, si scoperchiarono i tetti delle case, e le pie fanciulle della città invitarono le loro amiche, per assistere fraternamente, fianco a fianco, allo spettacolo concesso alla vendetta divina.

La morale del racconto kleistiano è che, di fronte alle tremende perversioni dello spirito umano, la natura “matrigna” si rivela alla fine madre amorosa, poiché è capace di generare solidarietà e compassione nel cuore degli uomini.

Pia C. Lombardi

Note
Immagine in evidenza: Giovanni Segantini, Le due madri, 1891.

Bibliografia
H. Kleist von, I racconti, Milano,  Garzanti, 2004.

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