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Nikita: il più bel noir europeo degli anni ’90

Nikita: il più bel noir europeo degli anni ’90

È decorso in questi giorni il compleanno di uno dei più celebri e acclamati autori cinematografici europei degli ultimi trent’anni: tanti auguri a Luc Besson che taglia il traguardo delle cinquantotto candeline. Il regista più acclamato e discusso del cinema moderno francese ha formato, coi suoi capolavori, generazioni di cinefili ed affezionati fan. Celeberrimi i suoi travagliati inizi quanto i suoi discussi film americani: l’inizio folgorante con “Le dernier combat” (1987); “Subway” (1985) e “Le Grand Bleu” (1988), poi il nuovo ciclo di film puramente action, stroncati dalla critica ma, a quanto pare dagli incassi, sempre apprezzati dal pubblico. In mezzo i due capolavori bessoniani: quel “Leon” (1994) capace di mettere d’accordo gli appassionati europei ed americani (cosa non sempre facile), tra amori puri e platonici e fiumi di pallottole, e “Nikita” (1990), probabilmente il film del cineasta parigino che colpisce maggiormente.nikita E proprio su Nikita vale la pena soffermarsi maggiormente, data la sua condizione di meraviglioso noir all’europea (insieme ai film di Olivier Marchal il miglior noir francese di epoca moderna).

La tossicodipendente Nikita (una straordinaria Anne Parillaud, all’epoca moglie di Besson), dopo aver compiuto una strage all’interno di un supermarket, viene “rieducata” ed addestrata dal governo francese, che la trasforma in un efficace sicario dei servizi segreti. Divisa tra il freddo e pressante lavoro e la voglia impellente di costruirsi una propria vita, Nikita dovrà compiere dolorose e mai banali scelte per la propria sopravvivenza.

Quando uscì, nel 1990, questo grande film rivelò al mondo il talento di Besson. Il regista parigino spazzò via quel fitto alone di polvere che si era formato sull’ormai decadente cinema francese, riportando lo stesso a nuova vita. Nikita aprirà la strada ai film di Leos Carax e Mathieu Kassovitz (principalmente noto per “L’odio”), che insieme allo stesso Besson e al grande Olivier Marchal imporranno di nuovo il vecchio cinema d’oltralpe come il primo in Europa.

Jean Reno

Nikita può essere considerata a tutti gli effetti una moderna favola noir. La giovane tossicodipendente è una pecorella che deve farsi spazio in un mondo di lupi. Tutto il film è costellato dall’incontro continuo con uomini violenti, uno su tutti il sinistro ed enigmatico Bob, il freddo agente dei servizi segreti mentore della protagonista. Bob e Nikita si intendono a meraviglia su tutto. Si intendono così tanto che la loro intesa ad un certo punto diventa un qualcosa in più, e quel qualcosa è un ostacolo. L’amore è infatti il principale ostacolo nella nuova vita di Nikita, una vita che, lo si capisce dai primi momenti della storia, non prevede alcun calore umano. Tuttavia la protagonista, ancora speranzosa (o illusa) di poter avere una vita “normale” prova a trasgredire a questa crudele regola di austerità emotiva. Lo fa seducendo ed instaurando una duratura relazione col giovane ed innocente Marco, tranquillo commesso di un supermarket. Qui viene fuori completamente quel che Nikita è: un raggio di luce tra le tenebre. Scovare la bellezza in mezzo all’orrore é la pratica più dolce e allo stesso tempo impegnativa che un essere umano possa fare. Un atto d’amore verso sé stesso e il mondo.


Nikita é la prova tangibile di tutto ciò: Nikita, che attraversa l’esistenza tra morte e distruzione, Nikita che é così tanto attaccata alla vita. E prova a valorizzare la sua gioventù, la sua bellezza, come un fiore che cresce tra le rocce. Ma la vita è cosa ben diversa dal nostro ideale di essa, e Nikita lo capirà, purtroppo per lei, poco alla volta.

Il glaciale Tchéky Karyo, qui interpreta Bob, mentore di Nikita

Tra i tanti meriti di questo film, oltre a quelli già citati, c’è quello di aver lanciato tre star del cinema d’oltralpe. Innanzitutto Anne Parillaud, che qualche anno più tardi troveremo in “Gangsters” (2012) di Marchal. E poi quel Jean Reno, grande star del cinema d’azione, che si mporrà al pubblico col successivo film di Besson, Leòn. Infine, e merita una menzione speciale, il glaciale  Tchéky Karyo, magnifico interprete del pericoloso ed affascinante Bob, spietato funzionario innamorato della propria creatura, Nikita.

Dopo Nikita e Leòn il talento di Luc Besson sembra effettivamente non dover più esplodere. Il grande regista parigino si è maggiormente occupato, in questi anni, della produzione di grossi blockbuster tecnicamente perfetti ma contenutisticamente vuoti. Tutti i suoi fan, e tutti gli amanti del cinema in generale si aspettano un suo platonico ritorno alle origini. Ci regalerà ancora grandi film? Chi scrive e sicuramente anche chi leggerà si augura di sì.

Domenico Vitale

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