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L’Italia delle banche e le sue soluzioni

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Non molto tempo fa abbiamo parlato delle critiche scatenate dopo aver ricordato che “il modello tedesco” aveva speso 250 miliardi di euro per finanziare il suo sistema creditizio prima dell’entrata in vigore del bail-in. Noi, invece, “solo” 3 miliardi per MPS, eppure durante il salvataggio molte dichiarazioni ed articoli lasciavano pensare diversamente.
Molti di voi ricorderanno l’insurrezione in Parlamento a suon di “Bisogna salvare i risparmiatori -in cui si includevano anche gli investitori ndr“, e le opposizioni insorgere perché si parlava di salvataggio delle quattro banche coinvolte. L’idea sembrava essere salvare i risparmiatori di più istituti creditizi senza salvare gli istituti stessi e molti giornalisti economici avevano sottolineato come fosse una soluzione di difficile attuazione.

Fatta questa premessa doverosa, veniamo ai giorni nostri ed alle mille soluzioni pensate dal Governo italiano affinché fosse possibile salvare la terza banca d’Italia non cadendo negli stringenti vincoli europei e vedere avviare una procedura d’infrazione nei confronti del Paese.
Nei mesi scorsi, si era detto tutto ed il contrario di tutto, ma la soluzione trovata era la meno quotata, ossia che lo Stato entrasse nella compagine azionaria. Gentiloni ha precisato “Le misure che attueremo sono state decise assieme alle autorità europee“.

Infatti, c’è stato il placet della banca centrale europea, ma è importante capire in che modo saranno liquidati gli obbligazionisti subordinati, che tanti problemi avevano causato durante la crisi di Banca Etruria.
Agli obbligazionisti subordinati, che sono circa 40.000 per un totale di 2 miliardi di prestiti circa, saranno convertite le obbligazioni in azioni a causa della norma europea sul burden sharing (onere condiviso) e queste ultime saranno acquistate dal Tesoro allo stesso valore nominale dei titoli obbligazionari subordinati. Questo è lo scenario per i risparmiatori retail, mentre ai grandi investitori (banche, assicurazioni e fondi d’investimento) sarà riconosciuto il 75% del valore nominale dei titoli.
Se i più malevoli avevano pensato che l’Esecutivo volesse evitare altre crociate politiche delle opposizioni sulle obbligazioni convertite dei piccoli risparmiatori viste in passato, il ministro Padoan ha precisato che quest’azione “ha lo scopo di prevenire liti giudiziarie connesse alla commercializzazione delle obbligazioni stesse“.

bancheL’intervento è stato possibile grazie al decreto “salva-risparmio”, varato dal Consiglio dei Ministri straordinario, intervenuto dopo il fallimento dell’aumento di capitale da 5 miliardi tentato dalla banca senese sul mercato azionario. La misura del CdM prevede un fondo di 20 miliardi ed il Presidente del Consiglio ha dichiarato “si basa sull’autorizzazione ricevuta dal Parlamento con ampia maggioranza a costituire un fondo di 20 miliardi per intervenire a tutela del risparmio” ed ha l’obiettivo di “consolidare il nostro sistema bancario e finanziario“. Oltre alla misura di legge, è stato necessario la delibera di Monte dei Paschi di Siena di presentare un’istanza di sostegno finanziario straordinario e temporaneo.
Lo Stato garantirà 8,8 miliardi per il gruppo, a fronte dei 5 inizialmente previsti, perché le stime si basavano su dati precedenti, mentre le sofferenze odierne sono aumentate ed è visibile dalla liquidità netta a 1 mese passata da 14,6 miliardi del 30 novembre 2016 a 7,7 il 26 dicembre dello stesso anno, ossia dal 7,6% del totale delle attività al 4,78. Nello stesso periodo, la riserva di liquidità in tempi rapidi è scesa da 14,6 a 8,1 miliardi, oltre al protrarsi del deficit patrimoniale che la bce aveva già fatto notare in virtù dei suoi parametri di valutazione. Il problema principale è che la cifra di quasi 9 miliardi potrebbe ulteriormente salire se si considera che i crediti in sofferenza non sono stati svalutati del tutto, come fatto da Intesa SanPaolo e Unicredit.

Banche: problemi nazionali e di popolari

bancheI problemi del nostro comparto bancario, però, non sono da ricercarsi negli ultimi anni o solo nella crisi bancaria e mondiale in cui ci troviamo, bensì nell’incapacità di trovare soluzioni condivise Stato-privati per un problema che tutti avevano individuato da lustri: tante piccole banche e nessun colosso. Detta questione non va vista in maniera organica, ma nell’insieme, altrimenti si sarebbe potuto suggerire un provvedimento legislativo per cui le banche dovessero avere requisiti minimi di capitale in modo da attuare -in barba alla libertà dei privati- in maniera quasi coercitiva. Il problema è dovuto ad un’altra questione vivissima nel nostro paese, ossia il nostro tessuto di imprese. La cui maggioranza è composta da piccole e medie imprese che prima della crisi costituivano il 94% del pil ed oggi una cifra superiore all’80%, dunque è chiaro che pmi si rivolgeranno e piccole e medie banche e che imprenditori radicati sul territorio domanderanno credito ad istituti del territorio.

È proprio qui che entra in gioco l’elemento complessità che, nei tempi di discussioni e linguaggi ipersemplificati, difficilmente sono toccati dai talk-show.
Ecco perché la fusione Banca Intesa e San Paolo, i colossi Unicredit e Mediolanum sono grandi realtà del paese, ma casi isolati.
I giornalisti più maliziosi, a questa visione economica della realtà, sommano interessi politici secondo cui tante piccole banche rappresenterebbero una pletora di centri di potere a cui nessuno vorrebbe rinunciare, soprattutto chi vi vede bacini di voti e di possibili clientele.

Potremmo fermarci qui e rendere, con questa breve analisi, chiaro perché è destinata a fallire la conversione delle banche popolari in spa. Immaginare istituti di credito da sempre legati al territorio competere nei mercati finanziari sembra una forzatura, ma non è questa la sede per analisi economiche, quindi atteniamoci al decreto del precedente Esecutivo, recentemente rinviato alla Corte Costituzionale dal Consiglio di Stato.
I punti in cui il decreto presenta “non manifesta infondatezza” di anticostituzionalità sono due, ossia quello in cui si dice “il diritto al rimborso […] possa essere limitato e non, invece, soltanto differito entro limiti temporali predeterminati e con previsione di un interesse corrispettivo”, sottintendendo la possibilità di limitarlo fino a non essere concesso per nulla. La seconda questione su cui si è focalizzato il Consiglio di Stato è “nella parte in cui attribuisce alla Banca d’Italia il potere di disciplinare le modalità di tale esclusione, nella misura in cui detto potere viene attribuito anche in deroga a norme di legge”, ma è “un potere di delegificazione in bianco, senza previa e puntuale indicazione, da parte del legislatore, delle norme legislative che possono essere derogate”. Le azioni di Banca d’Italia, la cui circolare è stata rinviata anch’essa alla Corte Costituzionale assieme al decreto convertito in legge il 24 marzo 2015, sembrerebbero legibus solutus visto che non conoscono vincoli di legge nel decreto e questo rappresenta un motivo valido per fondare dubbi di incostituzionalità.

A questo va aggiunto che Banca d’Italia ha stabilito la sospensione a tempo indeterminato del diritto dei soci recedenti a ottenere il pagamento delle loro azioni al prezzo stabilito.
La circolare di Banca d’Italia recita che possono essere introdotto nello statuto modifiche per introdurre “la clausola che attribuisce all’organo con funzione di supervisione strategica […] la facoltà di limitare o rinviare, in tutto e in parte, e senza limiti di tempo il rimborso delle azioni del socio uscente e degli altri strumenti di capitale computabili nel CET1, anche in deroga a disposizioni del codice civile e ad altre norme di legge”.
In estrema sintesi ciò vuol dire che lo Stato ha delegato a Banca d’Italia la possibilità di limitare “anche a tempo indeterminato” il rimborso delle azioni dei soci recedenti, andando oltre qualsiasi paletto legislativo (non essendo esclusa alcuna norma dalla legge limitativa) e del codice civile, e quest’ultima ha trasferito questa facoltà alle banche. Gli istituti di credito, in definitiva, decideranno se rimborsare o meno i propri soci recedenti il che, secondo il Consiglio di Stato finisce “per creare una irragionevole situazione di conflitto di interesse” e attribuisce alle società “il potere di introdurre deroghe a disposizioni del codice civile e ad altre norme di legge, dando così vita a un’inedita forma di delegificazione di fonte negoziale -contrattuale, ndr”.

Il risultato potrebbe essere quello annunciato dal presidente di Lisippo, Giovanni Bianchini: “Guardando alla sola Banca popolare di Milano, il mancato pagamento del diritto di recesso esercitato dai soci potrebbe tradursi in un esborso di 400 milioni, senza considerare le richieste di risarcimento danni di chi ha deciso di vendere direttamente le azioni sul mercato a 0,28-0,30 euro, contro i 0,49 del prezzo di recesso”. Ha anche aggiunto “Anche i soci delle Popolari non quotate, come la Vicenza e Veneto Banca potrebbero far valere il loro diritto e chiedere i danni alla Banca d’Italia“.

Quale sarà il risultato del rinvio alla Corte Costituzionale lo scopriremo, mentre il destino di Monte dei Paschi di Siena è ancora in via di definizione. Enrico Rossi, candidato alla segreteria del Partito Democratico, ha fatto una richiesta chiara al suo partito “Chiedo che siano pubblicati i nomi dei primi 100 debitori di Monte Paschi perché è giusto si sappia il nome dei soggetti insolventi“. La proposta è giunta perché, secondo molte agenzie, pochi grandi creditori dell’istituto senese ne starebbero mettendo a repentaglio la stabilità. Luigi Zingales, noto economista liberista, aveva già detto “È giusto si sappiano i nomi dei creditori che mettono in difficoltà l’istituto senese perché l’azionista Stato aveva ricapitalizzato la banca nel 2013“, aggiungendo “La governance deve necessariamente cambiare in quanto è stata evidentemente incapace di far cambiare rotta ai risultati aziendali“. La curiosità resta anche e soprattutto sul modo in cui, dopo il ritorno alla situazione ordinaria, lo Stato uscirà dalla compagine bancaria dell’istituto.

Ferdinando Paciolla

Fonti: I

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