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Referendum costituzionale: i mercati hanno paura del Cinque Stelle?

Referendum costituzionale: i mercati hanno paura del Cinque Stelle?

La stampa italiana riporta stralci di articoli di giornali esteri e, per non essere definita “di parte”, trascura di riportare tutte le ipotesi e tutti gli scenari possibili dopo il referendum costituzionale, ma il giornalismo è inchiesta, curiosità, domanda e non certezza, altrimenti le teorie sul post 4 dicembre, che tanti click stanno attirando, avrebbero poco senso.

A dire il vero, gran parte dei giornali si preoccupano di criticare il livello di discussione raggiunto, apostrofato da Mentana come ben peggiore di quello americano, ma non aggiustano il tiro, provando ad alzare il livello della discussione, salvo rari casi (vedi il confronto di Linea notte fra due costituzionalisti). Anzi cercano la notizia scandalistica dall’estero -e non- e senza provare ad alzare il livello della discussione, parlando delle conseguenze economiche del quesito riguardo conti pubblici, Regioni (Titolo V) e scenari macroeconomici.

Ma anche l’audience ha un suo peso, inversamente proporzionale al tecnicismo che potrebbero esprimere dei costituzionalisti.

Da qui il nostro titolo, ovviamente provocatorio, dovuto ad una serie di eventi che gli osservatori più attenti avranno già notato. L’Italia, infatti, è l’unica nazione europea e d’Occidente che ha la borsa nazionale in perdita dopo l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump causa imprevedibilità dei risultati referendari. Conseguenze incerte che hanno portato Renzi, nelle ultime settimane, a dire “Se Berlusconi vuol fare il rimpasto, lo faccia con D’Alema o Bersani”, pur essendo il segretario del partito con il 55% dei seggi alla Camera dei Deputati. Sembra, inoltre, improbabile che i suoi compagni di partito non seguirebbero il loro leader.

Se Governo tecnico sarà e Renzi improbabilmente non ne sarà alla guida, sarà comunque “un azionista di maggioranza” di questo presunto Esecutivo. Eppure i mercati sono irrazionali, guardano oltre. Ad esempio: ad uno scioglimento delle Camere nel caso in cui l’attuale Presidente del Consiglio si dimettesse e rifiutasse di formare un nuovo governo. In quel caso, al di là delle possibili modifiche alla legge elettorale, la vittoria del Movimento Cinque Stelle è quasi certa stando ai sondaggi e, quindi, a Palazzo Chigi potremmo trovare Di Maio. Gli ambienti del Vecchio Continente, però, vedono nei grillini una forza euroscettica ed anti-euro. Ecco perché i mercati in fermento ed il motivo per cui il Vicepresidente della Camera non si è mai espresso chiaramente sull’euro al contrario del suo collega di partito, Alessandro Di Battista.

Referendum Costituzionale e banche

Durante questi mesi che hanno preceduto il giudizio popolare, si è parlato molto di banche e non performing loans, ossia prestiti non coperti da garanzia che sono deteriorati ed andrebbero diminuiti (svalutati) o stralciati dai bilanci per il principio della prudenza. Se ne è parlato tanto, ipotizzando anche la nascita di una bad company che racchiudesse tutti i debiti, che sarebbero andati a carico del bilancio pubblico, ma il bail-in lo impedisce in maniera categorica. Ciononostante, Bersani l’altro giorno ancora tuonava “Renzi lo dica apertamente che salverà le banche se vincesse il no”. Un po’ come a dire che il premier stia giocando su questo punto per attrarre voti verso il “Sì”; idea che accomuna l’ex segretario Pd al giornalista Marco Travaglio il quale, a Dimartedì, ha dichiarato “I mercati non tremano, tramano”, volendo forse intendere che i mercati erano volatili per favorire il “Sì”.

Molti hanno trattato della ricapitalizzazione, ossia investimento di nuovi capitali per far continuare il business a seguito di una brusca perdita (lo stralcio dei non performing loans di cui sopra), di Monte dei Paschi di Siena per un totale di 5 miliardi di euro. Quasi nessuno, però, menziona della più cospicua ricapitalizzazione di Unicredit che, in caso di vittoria del “No”, potrebbe sfumare un aumento di capitale di 13 miliardi di euro.

MPS e referendum costituzionale

referendum costituzionaleDato che nessuno ama i “complottisti”, ecco il contratto di garanzia eventualmente firmato da altre banche dopo la conversione delle obbligazioni subordinate della banca senese in azioni, che potrà essere risolto in casi di:

mutamenti nella situazione politica, finanziaria, economica o valutaria nazionale o internazionale o nei mercati finanziari, in Italia, Stati Uniti d’America, Regno Unito o Unione Europea che, secondo il giudizio ragionevole e in buona fede della maggioranza delle banche, sentita Mps, pregiudicherebbero in modo sostanziale il buon esito dell’Aumento”. 

Referendum Costituzionale ed economia

Passiamo alla discussione sterile sui costi della politica ridotti. Volendo rispondere alla questione, bisognerebbe dire che la forma di Governo più economica sarebbe la dittatura, ma certamente gli italiani non la desiderano.

Ricordiamo, in aggiunta, che il Presidente del Consiglio parla di 500 milioni di risparmio in caso di trasformazione del Senato mentre la più affidabile Ragioneria dello Stato di 48 milioni, ossia dello 0,006% del pil nazionale. A proposito di pil e di economia nazionale, una certa comunicazione superficiale, sembra quasi suggerire che si potranno investire nuovi capitoli di spesa pubblica in caso le modifiche proposte dal referendum costituzionale passassero. Mai bufala fu più falsa visto che attualmente col deficit paghiamo l’indebitamento monstre che ereditiamo dal nostro passato e che i vincoli europei, cioè quelli che faticano a concederci flessibilità per ricostruire dopo il terremoto, resteranno immutati.

Referendum Costituzionale e diritto

Il quesito, se venisse approvato, modificherà l’assetto costituzionale, ma in che direzione? Se vincesse il “sì”, vi saranno una serie di accorgimenti al Titolo V, modificato nel 2001, il cui punto più interessante è sicuramente quello del “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” che ritorna nella competenza esclusiva dello Stato. Questo punto incerto aveva suscitato numerosi conflitti di attribuzione risolti da sentenze Consulta che indicavano lo Stato come il solo responsabile della finanza pubblica essendo l’unico che risponde ai vincoli europei. Dal 5 dicembre, se vincesse il “sì”, queste modifiche entreranno in Costituzione. La Corte ha più volte stabilito che non possono esservi tributi propri degli enti locali, ma che questi ultimi possono solo esprimerne solo l’intensità. Esempio: la Sardegna può decidere solo l’aliquota fiscale di una tassa e non inventarne una che non c’è in Lombardia, altrimenti compirebbe un atto incostituzionale.

referendum costituzionaleLe critiche del “No” restano aspre perché il più grande buco nero delle regioni è stato sicuramente la Sanità, la quale resterà sostanzialmente nella loro gestione anche se in Costituzione entrerebbe il “costo standard”. Ossia tutte le spese saranno parametrate alla regione più virtuosa, il che sembra corretto se non fosse che la disparità fra i servizi sanitari regionali nostrani sia così ampia. Il passaggio dai costi storici (ti do quanto hai speso finora) ai costi standard (ti do quanto spendono i più efficienti), introdotto nel 2009, doveva e dovrebbe essere mitigato e graduale, altrimenti si rischia il collasso del sistema ed è questo che ha più volte ripetuto il professore di diritto costituzionale della Federico II, Alberto Lucarelli.

Referendum costituzionale e macroeconomia

Impossibile mettere d’accordo due economisti sulla vittoria di uno dei due fronti. Qualcuno parla, in caso di vittoria del “Sì”, di 600.000 nuovi posti di lavoro, pil che torna a salire del 4% all’anno e spread sotto i 100 punti base: più o meno un ritorno agli anni ’60. Uno scenario un po’ inverosimile, che in America è stato innescato dall’amministrazione Obama solo con un piano massiccio di investimenti pubblici di miliardi di dollari, e immaginare miliardi di euro piovere in Italia per un “Sì”, appare fantasioso, soprattutto se si considera che questi capitali dovrebbero essere interamente privati. Qualcun altro, più ponderato, parla di vittoria del “No” e di uno spread che potrebbe salire oltre i 230 punti poiché gli investitori esteri venderanno i titoli di Stato italiani, salvo poi ritornare a scendere (come dopo Brexit e Trump), e pil che potrebbe variare da -0,3% a +0,5.

Le stesse supposizioni vengono fatte anche per Piazza Affari poiché l’eventuale fallimento di una banca italiana ed, a catena, di tutte le altre e di quelle europee sarebbe un autogol che difficilmente gli investitori commetteranno.

Ferdinando Paciolla

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