La resa dell’autore in Le vol d’Icare di Raymond Queneau

Le vol d’Icare (1968), in Italia conosciuto come Icaro involato, è un romanzo-pièce teatrale pubblicato da Raymond Queneau.
Il titolo di questo articolo gioca su una parola dalla doppia valenza: nelle prossime righe, infatti, vedremo in linea generale come è stato resa nel testo la presenza del tutto particolare dell’autore, sia come questa presenza si traduca in una vera e propria sconfitta dell’autore di fronte ai meccanismi narrativi e al sistema dei personaggi.

La trama de Le vol d’Icare

In realtà anche la parola francese vol ha, in questo caso, una doppia valenza: al primo significato di volo, infatti, segue quello di furto, ed è proprio questa accezione che viene avvalorata nelle prime sequenze dell’opera.
volHubert Luber è uno scrittore prolifico e rinomato, tutto fiero di procedere spedito alla stesura del suo ennesimo romanzo, avendo trovato per il protagonista il giusto nome, Icare, e i giusti attributi. Tuttavia Icare è un personaggio così ben sviluppato da possedere una coscienza propria e, complice una distrazione dell’autore, ne approfitta per prendere il volo dalle pagine del romanzo e condurre così un’esistenza autonoma. In un primo momento Hubert sospetta di un furto (o meglio di un plagio) da parte dei suoi colleghi scrittori, invidiosi del suo lavoro, e ingaggia il detective Marcol, che tuttavia mal comprende il nome dell’obiettivo e spreca molte pagine cercando la persona sbagliata.
Intanto Icare si rende conto che la sua breve vita, dell’età di dieci o quindi pagine al massimo, non è sufficiente a dargli la necessaria conoscenza delle cose del mondo, e sarà la vicinanza di L/N (Hélène), “cruciverbista” di origine e “accompagnatrice” di professione, a permettergli di muovere i primi passi nell’idilliaco mondo della Parigi di inizio ‘900.
La soluzione finale di Icare per assaporare la libertà è prendere il volo tramite un aquilone, ma, com’è prevedibile, il suo piano non si realizzerà felicemente; alla fine il cerchio si chiude Hubert potrà, in un modo o in un altro, riconciliarsi col suo personaggio.

La morte dell’autore?

Secondo D. Delbreil¹, il testo rappresenta una vera e propria sfida alla moderna disciplina della narratologia: partendo dall’assunto che autore reale e narratore del racconto non necessariamente coincidono, Queneau va oltre, relegando il narratore effettivo delle pagine a un ruolo totalmente trascurato, focalizzando l’attenzione su di un autore fittizio che diventa personaggio di un testo intermedio, situato immediatamente prima dell’universo cartaceo in cui si muovono i personaggi del suo futuro romanzo di cui è a tratti narratore. Icaro resta a sua volta legato al suo autore, tramite l’immagine della cordicella dell’aquilone, ma la messa in discussione del sistema dei personaggi, del rapporto creatore/creazione e l’esaltazione dell’autonomia dell’universo letterario restano evidenti.

vol
Raymond Queneau

Giusto un anno prima Roland Barthes aveva pubblicato in inglese l’articolo The Death of the Author, poi ritradotto in La mort de l’Auteur l’anno seguente. Tra Barthes e Queneau intercorreva una certa comunione di idee, e già nel 1953 aveva salutato l’autore come colui che aveva dimostrato la possibilità di inserire il discorso orale in tutte le parti della lingua scritta, toccando cioè oltre al lessico anche la grammatica e l’ortografia; Barthes dunque aveva espresso nell’articolo di cui sopra le sue concezioni circa la figura dell’autore messa sempre più in discussione in merito all’atto creativo di cui è artefice.
Secondo Barthes l’attività della scrittura rivendica un’autonomia sempre maggiore rispetto all’immagine del suo creatore, attribuendo all’importanza concessa alla figura di un autore in grado di controllare la sua opera ad una forma mentis imperante. In realtà accade il contrario, ed è l’autore che viene modellato da ciò che scrive, come testimonia una parte della biografia di Proust. Mallarmé e Valéry, dal canto loro, hanno operato un annullamento dell’io poetico, dimostrando che la figura autoriale esiste solo nel momento della creazione e mai al di fuori di essa. Barthes chiude il discorso appoggiandosi alla linguistica, suo grande pallino della produzione più tarda, e citando Benveniste in Problèmes de linguistique générale (1966): il ruolo dei pronomi, sebbene grammaticalmente ben definito, è tuttora dibattuto dal punto di vista semantico: resta infatti il pronome personale totalmente vuoto di significato qualora deprivato di un contesto di riferimento, sia esso una declinazione verbale o un’allocuzione.
Concludendo, Queneau in Le vol d’Icare, suo ultimo romanzo, ha voluto dare una testimonianza della moderna sconfitta dell’autore all’interno della sua stessa creazione: dopo aver lungamente caldeggiato tale idea (si pensi agli autori “plurimi” degli Exercices de style, 1947), appare finalmente una figura incapace di stare al passo con il mondo immaginario che cerca di rompere il già fragile limite col mondo reale e mescolarsi con esso. Le identità di carta diventano incerte, e probabilmente nemmeno il lettore è incolume a questo processo.

Daniele Laino

Bibiliografia:

  1. Cfr. Delbreil D., Le personnage dans l’oeuvre de Raymond Queneau, Presses Sorbonne Nouvelle, 2000