Home Letteratura straniera contemporanea (1800-1900) La Germania di Goethe Poeti esiliati: il romanticismo tedesco ed inglese

Poeti esiliati: il romanticismo tedesco ed inglese

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Romanticismo

L’800 rappresenta un periodo fecondo per l’esilio. L’illusione di poter creare una società razionale svanì con il congresso di Vienna del 1815 e il ritorno dell’Ancien Régime. Il romanticismo  sarà per l’Europa l’universo in cui creare nuove figure di esiliati più o meno legate al mondo politico, ma tutte accomunate dalla voglia di ribellarsi alla piattezza della vita che sono costretti a vivere.

Il romanticismo tedesco. Sradicamento dalla quotidianità

Oh amici miei! perchè mai il fiume del genio prorompe così raramente, così raramente investe con le sue acque in piena e scuote le vostre anime meravigliate?

(Goethe – I dolori del giovane Werther)

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Johann Christoph Erhard – Artisti che si riposano in montagna

In Germania, la culla del romanticismo, si concepisce un “esilio” ricavato da un conflittuale rapporto tra uomo e natura, secondo la lezione dello Sturm und Drang. L’uomo è un essere pieno di capacità intelletive che tenta di eguagliare la natura nella sua perfezione ed armonia, anche se è destinato a fallire.

Nasce così la figura dello sradicato (o straniero), da identificarsi con il poeta. Un animo sensibile che, a causa delle nefandezze che gli uomini compiono nel ciclo della storia, è costretto a vagare senza sosta. Giovane di età si sente straniero non solo per nazionalità, ma anche per appartenenza sociale. Non si sente per nulla integrato in una società di uomini razionali che, al contrario, deridono la sua sensibilità. Il romanticismo che cerca di seppellire l’illuminismo, in pratica.

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Johann Wolfgang Goethe (1749-1832)

Padre di questa nuova figura di esiliato è Johann Wolfgang Goethe, il quale lo descrive nel romanzo epistolare I dolori del giovane Werther. Il protagonista è l’incarnazione di quell’animo sensibile all’arte e alla natura e avverso alla “normale” società degli uomini integrati perfettamente nel sistema politico-sociale (dove lo stesso grado sociale diventa l’unità di misura su cui giudicare un individuo).

Solo la natura è infinitamente ricca, solo essa può formare il grande artista. (…) Un uomo che si forma su di essa non produrrà mai niente che sia di cattivo gusto o mal fatto, tal quale come chi si lascia digerire dalle leggi e dall’educazione non diverrà mai un vicino insopportabile, o un malfatore dichiarato. (…)

ma d’altra parte tutte le teorie messe insieme (…) finiranno sempre col distruggere un sincero sentimento della natura e la sua schietta espressione! (…)

Sentendosi esiliato dal mondo comune, lo sradicato si rifugia nella natura. Non la contempla con l’occhio razionale degli illuministi, bensì lascia che sia essa stessa ad ispirarlo e farlo sentire parte di un’ideale società basata sul sentimento che caratterizza la visione del romanticismo. Un elemento che, come abbiamo già visto, caratterizza anche l’Ortis di Foscolo.

Ma se lì il centro della vicenda era sorpattutto di matrice politica, qui Goethe fa ruotare la sua opera attorno al tema amoroso. Ma l’amore impossibile che Werther prova per la giovane Lotte Buff, promessa sposa di un alto ufficiale, lo porterà alla forma estrema di sradicamento dal mondo: la morte.

Il romanticismo inglese. Furore e condanna del fuorilegge

Alla ribellione pacata e sentimentale dello sradicato tedesco, idealmente  si oppone quella inglese del bandito. Al costo di veder soddisfatta la propria sete di libertà è disposto a tutto, anche alla più amorale delle azioni. È un angelo maledetto, una creatura pronta anche a sfidare lo stesso Dio per sentirsi appagato; ma questo suo desiderio di superare la divinità lo porta ad essere maledetto e condannato.

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Samuel Taylor Coleridge (1772-1834)

Una prima testimonianza di questa figura si può trovare ne La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Un anziano marinaio narra ad un giovane di come, durante una traversata al Polo Nord, si imbattè nella comparsa di un albatros, l’uccello del buonaugurio. Ma dopo averlo accolto, il narratore lo uccide.

(…)

Più tardi sfrecciò un albatro,

uscito dalla foschia;

e come se fosse l’anima d’un cristiano

noi l’accogliemmo nel nome di Dio.

(…)

“Dio ti protegga, vecchio marinaio,

dai demoni che ti perseguitano!

Ma perché mi guardi così? – Con la balestra

io trafissi quell’albatro.

Da quell’insano gesto il marinaio e la sua ciurma andranno incontro a sciagure di ogni tipo. Questo perchè:

(…)

tutti dicevano che avevo ucciso l’uccello

che faceva soffiare gli alisei.

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Illustrazione di Gustave Dorè per un’edizione de “La ballata del vecchio marinaio”

Il marinaio assiste impotente alla morte di tutti i suoi compagni. Solo lui si salverà, ma subirà una pesante condanna: dovrà vagare per tutto il globo, costretto ad ammonire chiunque lo ascolti con la sua triste storia. Un uomo che rifiuta l’aiuto misericordioso della divinità, convinto di poter attraversare le avversità con le sole proprie forze e condannato ad un “esilio” senza sosta e senza pace per il resto della vita. Questo è o non è un maledetto?

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George Byron (1788-1824)

Ma anche gli (anti)eroi di George Byron non si discostano molto. Già di per sè ribelle e intollerante al buoncostume, il poeta esprime questa sua ribellione nel Manfred.

In quest’opera teatrale il protagonista è un nobile che tenta di riportare in vita Astarte, la donna amata, attraverso riti magici ed occulti. Un altro maledetto che cerca di ingannare la potenza della natura e che ne pagherà le conseguenze.

La sua presunta divinità lo porta a distaccarsi dal mondo dei comuni mortali e a considerarsi un esiliato a tutti gli effetti. Basti solo assistere all’atto terzo della prima scena in cui l’abate di San Maurizio tenta di ricondurre Manfred agli insegnamenti del cristianesimo.

ABATE: Non può essere tardi per riconcilliare te e la tua anima col cielo. (…)

MANFRED: Si padre! Nella mia giovinezza ho conosciuto quelle visioni terrene, quelle nobili ambizioni:(…) Ma ciò è passato. Io mi ingannavo.

(…)

ABATE: Ahimè! Comincio a temere che nulla possiamo per te, e tuttavia sei giovane e vorrei…

MANFRED: Guardami! Vi sono mortali sulla terra che invecchiano nella loro giovinezza (…) uccisi, taluni, dal piacere o dallo studio, affranti dalla fatica, dal tedio, per malattia o demenza(…) Guardami! Tutte le ho sperimentate ed una ne bastava non stupire dunque che io sia quello che sono, ma che sia mai esistito o esista…

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John Martin – “La distruzione di Sodoma e Gomorra”

Manfred è l’emblema del maledetto: ribelle, spietato, ambizioso, esaltato… È l’eroe del romanticismo per eccellenza. Un uomo a cui non importa la condanna che la natura gli ha riservato per la sua hybris. La natura lo condannerà a morte, ma vorrà godersi fino al’ultimo l’ebrezza e l’emozione di sentirsi superiore ad ogni mortale: è questa l’essenza dell’eroe romantico.

Ciro Gianluigi Barbato

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